martedì 27 aprile 2010

L'occhio dell'airone.

Alla nostra precedente rassegna (qui) della produzione di Ursula K. Le Guin, al di fuori del genere per cui è attualmente più riverita, il fantasy, va aggiunto questo breve romanzo del 1975.
Pubblicato all’apice dell’ oscuro periodo storico che seguì i movimenti del 1968, L’Occhio dell’Airone è una storia tutto sommato semplice, nella quale l’autrice rappresenta lo scontro culturale e sociale innescato dall’emergenza della cultura della “non violenza”.
Su un lontano pianeta terraformato, ma ancora incolto e selvaggio, tanto che la protagonista vorrebbe ribattezzarlo “fango”, convivono faticosamente due comunità giunte dalla Terra in epoche diverse: i pionieri, originari del Brasile, avvezzi ad uno stile di vita organizzato socialmente su un modello proto-industriale di stampo “occidentale”, ed una successiva ondata coloniale di reietti, di origine australiana, dediti all’agricoltura, e decisi a sottrarsi all’arroganza e al potere dei primi, ricorrendo a strategie di lotta non violenta di gandhiana memoria. Sullo sfondo del conflitto sociale e culturale si muove l’inquieta protagonista, figlia di uno dei capi della comunità dei pionieri e preda di dubbi che alimentano instancabili riflessioni che accompagnano lo svolgersi dei fatti.
Sebbene si sia indotti a simpatizzare per il gruppo dei deboli, l’autrice rimane lungi dal prendere una posizione morale netta per l’una o l’altra fazione, nel consueto tentativo di svolgere un’analisi obiettiva ed equilibrata.
Con il risultato, altrettanto consueto, di non giungere ad alcuna soluzione. Proprio come ne “I reietti dell’altro pianeta”, UKL esprime in chiave fantascientifica le difficoltà, gli asperrimi scontri culturali del suo tempo, per ritrovarsi costretta ad affrontare l’inadeguatezza delle ideologie e la mancanza di certezze, e ancora una volta a risolvere la storia con la proposizione di atti di individualismo estremo, che lascia i contendenti del conflitto arroccati ciascuno sulle proprie posizioni di partenza, con un discreto stuolo di morti sul campo di battaglia.
Non vi pare un’ottima fotografia di quei tempi? In realtà, per certi versi, lo è anche di quelli attuali: uno scontro sterile fra sistemi di non-pensiero, che grossolanamente possiamo ridurre a 1) il sistema cosiddetto "occidentale" basato sul criterio del possesso e dello scambio e dunque sulla falsa definizione dell’identità in funzione della proprietà e del commercio 2) qualunque sistema antagonista che si ribelli ad esso, solitamente con esito fallimentare.
La non-violenza sembra rivelarsi uno di questi antagonismi inefficaci. Nel romanzo come nella storia. Perché la non-violenza non funziona? Perché un atteggiamento giustamente basato sul rifiuto del ricorso alle armi, alla forza, alla sopraffazione, alla coercizione, finisce inevitabilmente per essere “debole” o, se ciò non avviene, per disgregarsi in tante (troppe) particelle facilmente controllabili dalla controparte?
Forse la chiave è nella definizione stessa di questo principio.
“Non-violenza” è a ben vedere una "non-parola".
Una definizione basata sulla negazione di qualcosa di altro dall’oggetto (la violenza), ma priva di un proprio contenuto assoluto, che prescinda dalla necessità di citare il suo opposto per avere un significato. Un po’ come definire un colore non come “rosso” o “giallo”, ma come “non-blu” o “non-verde”.
Così descritta, la non-violenza rimane un puro imperativo della ragione. Non dunque una scelta aprioristica, “istintiva” (termine improprio per l’essere umano, ma grossolanamente efficace), spontanea, ma una negazione imposta sulla base di un criterio di opportunità. Un obbligo morale. Un divieto. Un’etichetta. Il frutto insomma di una decisione presa a tavolino. Una strategia, che dovrebbe essere efficace, ma che sovente finisce per non esserlo, proprio in quanto priva di un suo sostegno interno, di un assunto teorico di base che faccia della modalità pacifica di interazione fra esseri umani non la conseguenza obbligata del bando della violenza, ma una inclinazione naturale, che precede la scoperta stessa della violenza e che da essa prescinde.
Non vi è dubbio che l’opposizione alla violenza agita dagli altri sia indispensabile. Sempre e comunque.
Ma l’efficacia di una simile disposizione d’animo sarà relativa ed effimera sino al momento in cui si tratti esclusivamente di una non-belligeranza derivante da una regola morale, che è legge (auto)imposta e non attitudine intrinseca, tendenza innata, azione spontanea.
Diverso sarebbe se sin dal principio (leggi: sin dalla nascita del singolo essere umano / sin dalla nascita delle aggregazioni fra più esseri umani) si riconoscesse il valore fondante dell’idea che l’essere umano è per sua natura “sociale”, ovvero (andando oltre il pensiero Marxista che limitava questa affermazione al comportamento esteriore e alla sfera razionale), che l’essere umano è (o dovrebbe, idealmente, essere) per sua stessa natura portato alla condivisione, allo scambio interiore, al ricorso continuo alle facoltà non esclusivamente legate alla razionalità, al fine di creare relazioni interumane valide. Relazioni cioè non semplicemente basate sulla “convenienza” dell’assetto sociale per ovvii motivi pratici o economici, ma su tutto ciò che va oltre i semplici “bisogni” materiali.
In una parola, l’esigenza di essere in autentico rapporto gli uni con gli altri.
A un essere umano siffatto, e a una comunità di individui che si trovasse in simili condizioni, non si avrebbe alcun bisogno di insegnare il rifiuto della violenza, perché mai l’avrebbe conosciuta. Solo in tali condizioni la non-violenza si spoglierebbe dell’astrattezza della sua definizione negativa, e diventerebbe un “contenuto” assoluto. Un colore con identità propria, e non un “non-altro-colore”. Un’identità primordiale (tanto nella vita dell’individuo quanto nell’evoluzione dei modelli sociali e culturali delle aggregazioni di individui) sana, e non soltanto un riduttivo, opportunistico e utilitaristico ricorso alla proibizione della violenza. Un essere, e non un “non-essere-altro”. Un atto creativo "autosufficiente" alla propria esistenza.
Questo è a nostro parere il senso più profondo della parola “utopia” che la fantascienza goffamente tenta di esprimere. Se dentro l’assetto libertario tipico della società ideale non c’è un’identità fondante, un pensiero che non sia solo rifiuto astratto di ciò che non è valido, l’utopia è destinata a rimanere tale. Non a caso, la parola stessa, “utopia”, sembra infatti nata nel segno di una condanna all’immutabilità, all’impossibilità di trasformazione dell’esistente. Il non luogo per antonomasia.
L’Occhio dell’Airone non si sottrae al dramma di questo stallo, e la vicenda narrata non può che risolversi con la fuga di alcuni esuli non violenti che il lettore immagina riusciranno nell’impresa di fondare una nuova colonia sulle coste del Nord. Una scelta estrema, drammatica, ma anche la più sana e coerente, che ai ribelli restituisce una dignità attesa sin dal principio.
Il volumetto edito da Eleuthera (che alla luce dei numerosi refusi avrebbe certamente tratto beneficio da una maggior cura editoriale) contiene inoltre, forse non a caso, il racconto “Il giorno prima della rivoluzione”, ovvero la storia della vecchiaia di Odo, l’eroina ribelle che nel romanzo “I reietti dell’altro pianeta” è celebrata come la teorica della rivoluzione di Anarres, il mondo dell’utopia anarchica ed equalitaria. Un racconto dai toni freddi, triste e avvilente, nel quale sembra che UKL avesse già ben compreso sin dal 1977 (anno in cui fu scritto) che la “rivoluzione” (il 1968, fuor di metafora) era miseramente fallita. Che non basta proclamare la libertà, la mancanza di regole coercitive, per saperla vivere con dignità di esseri umani. Non basta essere non violenti per essere umani.
E non basta cambiare i comportamenti per creare “l’uomo nuovo”.
La storia ce lo ha insegnato, la fantascienza ce lo rammenta.

venerdì 16 aprile 2010

Comunicato stampa dalle Edizioni XII

Riportiamo l'ultimo comunicato stampa ricevuto in merito ad una novità editoriale in arrivo in Italia grazie ai tipi delle Edizioni XII.
In molti lo attendevano, e ora, finalmente, per la prima volta in Italia, Brian Keene potrà conquistare le librerie: Edizioni XII è infatti orgogliosa di annunciare l'edizione italiana di un capolavoro della narrativa horror contemporanea: The Conqueror Worms, il più celebre romanzo del maestro statunitense dell'horror, due volte vincitore del prestigioso Bram Stoker Award.
Autore prolifico e amatissimo per il suo immaginario ricco di zombie, cannibali, spettri e creature ancestrali, Brian Keene era inspiegabilmente assente dal panorama editoriale italiano nonostante il grande successo di pubblico e critica d’oltreoceano. Con I vermi conquistatori, Edizioni XII è fiera di colmare questa enorme lacuna, attraverso il lavoro più spiazzante e catastrofico di uno degli scrittori fondamentali della scena horror mondiale. Penna veloce, ritmo incalzante, largo spazio a momenti di violenza e a lugubri discese orrorifiche, con I vermi conquistatori Brian Keene porta il lettore in mezzo a uno scenario apocalittico, popolato di abomini lovecraftiani e diluvi biblici che ogni lettore di narrativa fantastica deve possedere nella propria libreria.
In un mondo devastato da una pioggia incessante, l’ottantenne Teddy Garnett sopravvive da solo in una piccola cittadina, ormai disabitata dopo l'evacuazione di ogni abitante da parte della Guardia Nazionale, con l’unica speranza di poter riabbracciare la compianta moglie Rose nell’aldilà. Ma quando riceve l’inaspettata visita dell’amico Carl, creduto morto, scopre che la pioggia non è affatto l’unica piaga che affligge l’umanità. C’è qualcosa, nel sottosuolo, un pericolo gigantesco, che striscia e divora la terra, creando profonde voragini. Sono vermi, colossali lombrichi, e nessuno potrà opporsi alla loro conquista dell’intero pianeta.
Vai alla fonte: Edizioni XII

domenica 11 aprile 2010

Living Force Numero 26.

E' appena stato realizzato ed è in distribuzione il numero 26 di LIVING FORCE Magazine, rivista di YAVIN 4, il fan club italiano di Star Wars, del Fantastico e della Fantascienza, fra i più cari amici di questo blog.
La rivista inaugura il suo settimo anno di vita con il primo editoriale del nuovo Presidente Carlo "Kin Men Go" Coretto, che succede a Maico “Grand'Ammiraglio Navar” Morellini, la cui ospitalità in quel di Cesenatico un anno fa è rimasta ben presente a chi Vi scrive, così come il caloroso benvenuto di tutti i partecipanti.
Il magazine contiene una novità assoluta, lo speciale tematico dedicato ai Vampiri.
In allegato, il programma della settima Yavincon, le modalità di partecipazione e il luogo del raduno. La YC è la grande Convention nazionale primaverile del Club e in generale di tutti gli appassionati italiani di Star Wars, del Fantastico e della Fantascienza, "fatta dai fans per i fans". Questa settima edizione della manifestazione, da venerdì 30 aprile a domenica 2 maggio 2010, celebra il trentennale di "Guerre Stellari - Episodio V: L'Impero Colpisce Ancora".
Fra le varie rubriche e gli approfondimenti di una rivista molto curata nell'aspetto grafico e nel contenuto, segnaliamo in particolare "Oriente verso occidente", di Claudio Cordella, che esamina i due mondi terrestri del Fantastico e della Fantascienza, mettendo a confronto il fantastico universo di "Dune" di Frank Herbert con l'apocalittica "Nasicaä", film di animazione di Hayao Miyazaki, e i racconti originali “Brothers in arms” di Alberto Tarroni e “Luce parassita” dell'amico Maurizio “Scarweld” Landini, ovvero le opere terze classificate di SPACE PROPHECIES, EPISODIO V, il concorso letterario organizzato da Y4 in collaborazione con il club MoonBase ’99.
Per info ed iscrizioni al Club (e relativo abbonamento alla rivista) contattate: Roberto "Darth Maggio" Magistro – e-mail: darthmaggio@yavinquattro.net.
Tutti i dettagli ed il sommario completo di questo numero qui .

domenica 4 aprile 2010

Il tascapane, letto... da me.

Un omaggio alla fantascienza, ai miei docenti di doppiaggio e oversound, e alla casa editrice Iperborea.
All'autore, Mikael Niemi, e alla traduttrice, Laura Cangemi.
Di questo capolavoro di fantascienza umoristica, dalle impossibili tinte emozionanti, abbiamo parlato qui.
Il video, qui di seguito, è suddiviso in due parti.



La seconda parte:

lunedì 29 marzo 2010

Come si sceglie di pubblicare un libro?

Alle 15.00 dello scorso venerdì 26 marzo, in seno alla neonata manifestazione Libri come – Festa del Libro e della Lettura, e in una sala gremita di partecipanti, otto rappresentanti (editor e/o fondatori e/o AD) di medie e grandi case editrici italiane esprimono a turno il proprio punto di vista sulle motivazioni che soggiacciono al processo di selezione dei manoscritti.
Il titolo è tanto semplice quanto ghiotto: "Come si sceglie di pubblicare un libro".Comunque la si pensi sull’editoria in Italia, un simile occasione è più unica che rara.
La sessione è moderata da Stefano Salis, responsabile delle pagine di “Letture” dell’inserto culturale del quotidiano Il Sole 24 Ore, il quale è solo il primo, sul palco, fra coloro che si diranno stupiti della quantità di pubblico in sala.
Non chiedo in giro, ma sono convinto che a parte qualche giornalista, seduti in quelle file immerse nella semi-oscurità siamo tutti scrittori o aspiranti tali.
C’è poco da meravigliarsi, dunque, non credete anche voi? Sul palco ci sono quelli che decidono cosa è grano e cosa è miglio.
La tavola rotonda si apre con l’intervento di Sandro Ferri (Edizioni e/o), che rappresenta il caso eccezionale di un'azienda italiana che è giunta ad aprire una filiale negli USA, il quale getta le basi per l’intera sessione, distinguendo fra fattori relativi a filtri soggettivi, prevalentemente legati alle emozioni suscitate da un testo, e quelli oggettivi, relativi invece alle logiche di mercato e alla linea intrapresa dalla casa editrice; in tal modo Ferri introduce l’interessante concetto di “progetto” editoriale (su cui si è molto argomentato nel corso dell’intera sessione e ancor più durante la discussione finale), ovvero l’impronta caratteristica della missione della casa editrice, imperniata su una sorta di patto stipulato con i lettori che giungono così a riconoscere in un marchio una ben precisa tipologia di prodotto, una determinata selezione di autori e in ultima analisi una specifica caratterizzazione letteraria.
Prende poi la parola Gianluca Foglia (Feltrinelli), che cita la celebre definizione di Daniel Pennac del cosiddetto Passeur, il mediatore culturale, che deve stimolare negli altri la necessità della lettura. Compito dell’editore secondo Foglia è mettere in atto una sorta di profezia, di “pre-visione” in senso letterale, ovvero la valutazione della possibilità che il manoscritto che ha fra le mani diventi un libro reale con una copertina di un certo tipo e una quarta, o un’aletta, scritte in un dato modo; si tratta cioè di immaginare il volume, attraverso e dopo la pubblicazione, nelle fasi di produzione, packaging, promozione, comunicazione a mezzo stampa e quant’altro. È come se l’editore si arrogasse in qualche modo la facoltà di presumere verosimile quest’immagine o di scartarla, semplicemente sulla base delle sensazioni evocate dal testo in lettura. A questo esercizio di “preveggenza” concorrono più realisticamente tre assi decisionali di base: quello estetico (la validità del testo), quello economico (più concretamente legato alla necessità di un profitto) e quello politico-culturale (ovvero la coerenza con il contesto storico di riferimento).
Questi tre criteri vengono subito ripresi da Ernesto Franco (Einaudi), che nel suo intervento tiene a precisare come essi operino sempre in maniera congiunta, e mai l’uno isolatamente dall’altro. Il che da un lato contribuisce ad escludere interpretazioni parziali del ruolo dell’editore come finanziatore (impresa allo stato puro governata dal profitto) o come operatore culturale (istituto di ricerca puro svincolato dalle dinamiche economiche), dall’altro fa sì che nell’azienda editrice possa talora generarsi una lungimiranza persino maggiore di un ente di ricerca pura, quale l’Università, in quanto filtrata e orientata da una opportuna valutazione economica. Franco sottolinea inoltre la interessante distinzione fra la “novità” editoriale, destinata per definizione ad essere superata da una successiva proposta, e ciò che è invece intrinsecamente “nuovo”, ed è pertanto destinato a durare indipendentemente dai contesti e dai mutamenti culturali.
È quindi la volta di Emilia Lodigiani (Iperborea), che della giovane casa editrice che rappresenta è fondatrice. È questo il caso di un’azienda che della peculiare modalità di selezione dei manoscritti, eminentemente geografica, ha fatto il suo simbolo; Iperborea pubblica infatti esclusivamente letteratura di area baltico-scandinavo-neerlandese, una scelta che fu basata a suo tempo sulla scarsissima diffusione in Italia di autori della zona geografica in questione. Ciò ha consentito di proporre in blocco al lettore italiano caratteristiche che sono proprie non solo degli autori, ma anche della cultura popolare e letteraria dei paesi del Nord. Caratteristiche che esercitano una fascinazione che non è aliena al successo ottenuto, quali l’elevato grado di welfare e qualità della vita, una senso della natura straordinario, un modello culturale basato su una forte identificazione fra autore e testo in termini di investimento personale del primo nel secondo, e infine due fattori determinanti: la vivida potenza della tradizione orale nordica, che è progenitrice della narrativa moderna, e il coraggio nell’affrontare a viso aperto tabù che nell’area mediterranea vengono evitati con cura, o nel migliore dei casi trattati con strategico cinismo. In merito all’asse economico, Emilia Lodigiani tiene a precisare che se è vero che anche un libro è un prodotto, il suo contenuto umano eccezionalmente elevato lo rende molto più “anarchico”, irrispettoso cioè delle regole vigenti negli altri settori merceologici.
Stefano Mauri (Gruppo Editoriale Mauri Spagnol) rappresenta in seguito alle recenti acquisizioni un gruppo di ben 17 case editrici diverse, che hanno però conservato ciascuna il proprio marchio. GEMS ha 7 uffici di scouting sparsi nel mondo e vaglia complessivamente a livello internazionale 6000 proposte l’anno da cui si arriva a una selezione di 150 pubblicate. Nella sua esperienza, che ruota attorno alla necessità di individuare criteri che possano valere per un gruppo tanto eterogeneo, e dando prova di inequivocabile pragmatismo, Mauri riduce le variabili decisionali essenzialmente a due: mercato e gusto. I criteri a carattere etico sono infatti sostanzialmente sostituiti da quelli legali, ovvero la semplice valutazione dei limiti alla pubblicabilità. Il gusto, ossia il livello di gradimento del manoscritto in valutazione, in realtà rappresenta solo il 20% iniziale dell’opera di selezione; il restante 80% è costituito dalle varie fasi della filiera del marketing che lo trasformano in un prodotto finito.
Antonio Sellerio (Sellerio) riporta il filo della tavola rotonda all’importanza del contesto culturale, e lo fa in maniera originale, proiettando in sala le immagini dell’itinerario che svolge ogni giorno a Palermo, in automobile, spostandosi dalla sua casa alla sede di lavoro. Il fatto che, per ovvie ragioni geografiche, Palermo sia relativamente emarginata da grandi università, dalle sedi dei quotidiani nazionali, e dalle aree in cui vi è la maggiore quota del mercato dell’editoria, riduce in qualche modo il grado di libertà della scelta e di conseguenza la possibilità di affermazione imprenditoriale. Alcuni degli autori pubblicati da questo editore si sono infatti trasferiti a Palermo, e fra essi vi sono persino due stranieri. Ciononostante Sellerio resta una casa editrice indipendente. Con onestà, Antonio Sellerio riconosce nella fortunata circostanza della fedeltà di Andrea Camilleri un fattore chiave del successo iniziale, nonché della possibilità che in una seconda fase i lettori avessero accesso al resto del catalogo. Le scelte imprenditoriali di questa azienda a vocazione familiare sono certamente state atipiche, ma ad oggi si sono rivelate vincenti: in particolare, fra esse, la rinuncia a modificare veste grafica e dimensioni dei libri (modifiche finalizzate a un più elevato costo copia) ha reso nel tempo facilmente identificabile il tipico volume di piccole dimensioni e dal colore blu, e il rifiuto di pubblicare autori di calibro per una presunta incompatibilità con il proprio progetto editoriale ha contribuito ad una caratterizzazione ben precisa dell’editore presso il pubblico. Una nota interessante: con i suoi autori, Sellerio non stipula di regola contratti multipli né “al buio”, ovvero prima della stesura di un nuovo testo.
La parola passa a Massimo Turchetta (Mondadori), che precisa che fino a questo momento l'incontro si è concentrato sulla narrativa, mentre i criteri per la valutazione della saggistica sono ben diversi. L’editore chiamato a selezionare un saggio ha il compito di individuare un “vuoto” in una determinata area culturale o scientifica, nel quale ritiene vi sia un’esigenza di “riempimento”, come nel caso del saggio di Federico Rampini sull’economia vista dall’oriente, che è stato frutto di una proposta dell’editore all’autore (e non viceversa). Nella narrativa invece, è determinante il progetto editoriale, che per i grandi gruppi (Mondadori pubblica 1250 novità all’anno) non accomuna ovviamente l’intera azienda ma una sua singola linea o una collana.
In merito alla selezione in generale, Turchetta ricorda la fondamentale importanza del ruolo svolto dagli editor e cita in merito il caso di "Gomorra", il cui manoscritto, dopo una prima lettura, venne addirittura fotocopiato all’interno dell’azienda e, diventando oggetto di un vero innamoramento progressivo e collettivo, distribuito a tutte le figure chiave. La mission di Mondadori è quella di incontrare il gusto del pubblico, avendo come obiettivo auspicabile il raggiungimento dell’eccellenza.
La tavola rotonda viene chiusa da Paolo Zaninoni (Rizzoli), ultimo a parlare, secondo l’ordine alfabetico che è stato rigorosamente adottato persino per far sedere i relatori sul palco. Zaninoni ricorda l’importanza della “visione”, e cita in merito, mutuando l’esempio dal mondo cinematografico, il caso di Robert De Niro, che dopo il fiasco subito con un film da lui prodotto sulla base di un libro, riconobbe la propria carenza di visione come causa di quel fallimento. Ancora in tema di saggistica, Zaninoni aggiunge che in realtà l’ "innamoramento" per un certo manoscritto avviene anche in questo ambito e chiude la sessione riconoscendo che tanto nella narrativa quanto nella saggistica vi è di fondo una sostanziale “inconoscibilità” che governa il mestiere dell’editore e, in ultima analisi, lo rende attraente.
Nella breve discussione che segue le relazioni, emerge una interessante differenza fra l’editore di dimensioni minori che in genere attribuisce molta importanza al progetto editoriale, e quello di dimensioni maggiori, che risolve l’eterogeneità al suo interno frammentando una missione comune all’intera azienda in diversi progetti editoriali, ciascuno relativo a una specifica collana o a un marchio editoriale fra i tanti, o viceversa lasciandosi guidare da criteri più oggettivi, attinenti al mercato e al suo andamento, che finiscono in tal caso per prevalere.
Una tavola rotonda di estremo interesse, nell’ambito di una manifestazione ricca di stimoli, benché, come lamentato in precedenza da chi vi scrive, affatto priva di spazio per il genere fantastico.
Speriamo nell'anno venturo.

giovedì 25 marzo 2010

Libri come...

Si aprirà fra poche ore. In pompa magna, una bella festa di primavera dedicata a quegli strani oggetti del desiderio detti libri. Impossibile non parlarne, per un blog che si interessa (anche) di letture.
Mi solletica l’idea di convertire un’affermazione in una domanda. Libri come?
Meno divertente la risposta.
Gialli. Noir. Sacri. Per bambini. Per cuori solitari. Sull’amore. Sulla guerra. Di e per italiani, di e per stranieri. Di arte e di paesaggi. Di cinema, di storia e di canto. Dalla psicologia alla ‘ndrangheta. Dalla filosofia alla fotografia. Ospiti autori, operatori, editori, commentatori. E poi, ancora, come si leggono, come si scrivono, come si editano, come si pubblicano, come si rilegano, come si voltano le pagine…
E…?
E la fantascienza?
Ma è possibile che all’interno di una manifestazione di simile portata (qui il programma) nel cuore del nuovo polo culturale ed espositivo romano nessun manager illuminato, nessun editore, nessuna associazione culturale, abbia pensato di stillare qualche goccia di fantastico in questa splendida e grande teiera dalle novecentonovantanove essenze floreali?
Se non fosse che non amo particolarmente il suo autore, citerei il celebre “Continuiamo così. Facciamoci del male.”

martedì 9 marzo 2010

Adamo ed Eva dell’Inferno.

Alle volte, il titolo dice tutto di un libro. Alle volte, non è necessario (può anzi essere fuorviante) aprire il volume e leggere la prima pagina della storia. Alle volte, bisognerebbe limitarsi a prendere atto della sensazione immediata che ti dà la copertina, e non cedere alla tentazione di cimentarsi a leggere qualcosa di “diverso” al prezzo di ignorare quella sensazione (al quale si sono aggiunti ben 15,00 €, troppi, per 160 pagine, fossero anche di buona qualità).
Questo libro (The Empty People, 1969, di K .M. O’ Donnell - ovvero lo pseudonimo di Barry Malzber - nato a New York nel 1939, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1974 nella collana “Galassia” con il titolo “Il grande incubo”) ha rappresentato per chi vi scrive una lettura piuttosto faticosa, non tanto per lo stile (esibizionista quanto basta) quanto per narrazione e registro. Ciononostante devo ammettere che il buon ritmo (l’unico pregio del romanzo) e la presenza di 160 sole pagine hanno consentito una lettura abbastanza spedita da affrontare in modo indolore l’ “infernale” storia.
Ma veniamo al punto. Non è infrequente che, omettendo elementi narrativi e giocando con una prosa narcisistica, un autore dissemini una storia di apparenti falle e contraddizioni, di vuoti, e di conversazioni astratte e prive di senso. Tutto può concorrere a creare suspance e a mantenere elevata l’attenzione. Purché alla fine (e, possibilmente, abbastanza prima della fine) le falle vengano colmate e le contraddizioni sanate. E le parole incomprensibili diventino improvvisamente chiare, cosicché il lettore arrivi a proclamare infine il raggiungimento, nell’ordine, di un meritato sollievo e di un agognato divertimento.
Quando invece il finale ti obbliga e metterci tanto, troppo, di tuo come lettore, a mio parere qualcosa nell’intreccio non ha funzionato. E quel che è peggio è essere consapevoli che l’autore ne è stato consapevole. In altre parole, obbligare il lettore a uno sforzo creativo che si aggiunga a quello dell’autore fino a compensarne i vuoti, in misura tale che il senso attribuito alla storia possa essere uno o il suo contrario, è una pretesa eccessiva. Una pretesa che denota una carenza creativa dell’autore o, peggio, la presunzione che l’efficacia e la bellezza della storia siano proporzionali alla sua complessità e alla sua incomprensibilità. Mi torna in mente Neuromante di William Gibson, romanzo completamente diverso da questo, ma anch’esso imperniato sull’equazione “lettore che non capisce = autore eccellente”, che ancora prima che come autore, rigetto con forza come lettore.
Rispetto, insomma. Ci vuole rispetto. Quando si scrive si deve pensare a chi legge. La scrittura è dialogo.
Tutto ciò può essere irritante persino in una storia solare, umana e piena di personaggi positivi. Ma supponete per un momento che invece ciò accada in una narrazione in cui i personaggi sono uomini e donne senza memoria, condannati a un futuro angosciante e ignobile, e poi un malato terminale nelle mani di un medico cinico e folle, e degli alieni onniscenti mostruosamente cattivi (prescindendo dai significati occulti attribuiti a queste figure, che francamente diventano secondari, ammesso di riuscire a coglierli). Riuscite a immaginare il risultato?
Del resto, la quarta di copertina di quest’edizione, che reca il commento entusiastico di Robert Silverberg e un paragone con P. K. Dick, non lasciavano dubbi sul carattere oscuro della storia in questione. Mi domando come questa predilezione quasi satanistica per l’oscurità, questa pretesa di inconoscibilità della realtà che ci circonda, tanto assoluta da mettere in dubbio la nostra stessa esistenza, e da attribuire all’allucinazione, al delirio, lo stesso grado di realtà dei sogni e della quotidianità, non sia ancora venuta a noia ai suoi cultori.
In un rigurgito d’onestà (che in realtà voleva essere un omaggio all’autore in forma di richiamo alla comunità letteraria di genere), l’aletta ci confessa che dopo questo romanzo “K. M. O’ Donnell è stato dimenticato”.
Mi chiedo se non sia un bene.

venerdì 19 febbraio 2010

L'isola di Odino.

Gli autori scandinavi pubblicati da Iperborea continuano a sorprendere. Confesso che un titolo così altisonante, complice la riproduzione in copertina di un’antica mappa marinara, mi aveva indotto a temere lo scatenarsi tumultuoso dell’ennesima trama fantasy in chiave nordica in senso stretto, con tanto di divinità arboree e personificazioni delle forze della natura in entità più o meno legittimamente sacre.
Forse a questo punto diviene doveroso prendere invece in considerazione l’ipotesi che una simile idea della cultura nordica stia al Nord Europa più o meno come lo sterotipo della pizza e degli spaghetti (magari condite con un paio di note di mandolino) sta alla gastronomia nostrana, e nel caso specifico di questo romanzo della danese Janne Teller (nata nel 1964, il libro è del 1999), che si colloca a mezza strada fra una fiaba e una storia fantastica farcita di spassosi tratti umoristici, prendere atto di una capacità di dissacrazione del mito e della religione che la cultura mediteranea dovrebbe saper invidiare, per trarne spunti di cui dalle nostre parti si sente una gran mancanza. I riferimenti alla mitologia norrena, con il loro innegabile fascino, non sono tuttavia assenti: brevi brani poetici che narrano le vicende del Valhalla sono distribuiti in più punti, benché sapientemente spacciati come le deliranti visioni mistiche di uno dei co-protagonisti più negativi e divertenti.
Odino è un vecchietto incredibilmente basso, che alla vigilia di Natale sostiene di essere incappato in una tempesta di meteoriti che lo hanno costretto ad un fortunoso atterraggio su di un'isola misteriosa nello stretto fra i due nemici storici del Nordmeridione e del Nordsettentrione. Lungi da me rivelare se le cose stiano realmente così: questo interrogativo vi perseguiterà bonariamente fino alla fine del romanzo, e oltre. In una notte in cui il mare dello stretto ghiaccia, Odino raggiunge a piedi la terraferma (il “Continente”), alla ricerca di un “veterinarius” che si prenda cura della zampa rotta della cavalla Rigmarole, che insieme a Baltazar traina la sua slitta. Odino errante nella nebbia della costa nordmeridionale viene così raccattato dalla protagonista, Sigbrit Holland, e portato in ospedale per un principio di assideramento.
Il mondo immaginario di Janne Teller (che bel cognome; per inciso, sembra una deformazione professionale) è tanto fantastico quanto veritiero. Sullo sfondo di una Scandinavia immaginaria ma molto realistica, con le sue contraddizioni linguistiche e le sue inconfessabili specularità interne, così poco note a noi dell’Europa “calda”, la vicenda stravagante di Odino, quasi una parodia di un cristo nordico inconsapevole, smemorato e tremendamente dolce, traina come i due cavalli della sua slitta i molteplici piani di lettura della storia.
La descrizione dell’isteria di un mondo progredito, in cui una torma di sette e fazioni si accanisce per accaparrarsi il favore di un dio occasionale ma provvido, che si contrappone alla serenità di un’isola che non c’è, dove la saggezza delle parole del Fabbro è l’unica certezza per la piccola comunità di Fabbripoli e di Postalia (“non da dimenticare”).
La trasformazione di un manipolo di reietti in un’ardita armata Brancaleone in chiave scandinava, con cui non si può non identificarsi subito, lasciando emergere il desiderio di trovarsi a bordo di un peschereccio verde e arancio che beccheggia fra le onde fredde e le isole dei mari del Nord, cullati da uno sciabordio che non esita a trasformarsi in tempesta.
La storia d’amore fra una donna che rinuncia a tutto per seguire la parte più irrazionale di sé e un pescatore affascinante e introverso che è in grado di leggere la sua realtà e costringerla ad affrontarla.
E infine il percorso interiore della protagonista, che grazie a Odino scopre quanto insulsa sia la vita che ha vissuto fino al giorno precedente e affronta con coraggio le sofferenze che la separazione da essa comporta.
Il tutto, reso ancor più sapido dalla presenza di personaggi che riescono a parlare con i loro silenzi, a dire cose diverse ripetendo sempre le stesse frasi, con una ritualità dai tempi comici perfetti, e a rappresentare, ciascuno all’interno del proprio paradosso, una scelta coraggiosa, una maniera di essere, un’identità da scoprire.
Personaggi originalissimi, che Vi sembrerà di avere in giro in casa (che presto Vi ritroverete a immaginare come un vecchio e caldo peschereccio che porta il nome dell’anziana nonna isolana, Rikke-Marie), e che non falliscono lo scopo di intenerire e divertire. Di ricordarci che in ogni istante la vita può essere cambiata radicalmente, scoprendone la bellezza in una frase non detta, in un’amicizia mai dichiarata, o in un’isola scomparsa dietro una coltre di scogli e, per la fortuna di chi vi nasce e di chi riesce a farvi rientro, dimenticata dal resto del mondo.

domenica 7 febbraio 2010

Cronache da Mondi Incantati

L'associazione Ri.L.L. comunica che sabato 27 febbraio, dalle 18 in poi, presso la Libreria Rinascita Ostiense di Roma (che si trova via Prospero Alpino, vicino alla stazione della Metro B Garbatella) si terrà la presentazione dell'antologia "Cronache da Mondi Incantati", che raccoglie i racconti vincitori dei Trofei RiLL e SFIDA del 2009.
Inoltre, mentre scriviamo, 10 copie dell'antologia sono in donazione, come ogni anno a partire dal 2004, presso le le Biblioteche di Roma e quindi messe a disposizione dei loro utenti-lettori. L'associazione RiLL invita tutti gli interessati a richiedere presso la propria Biblioteca l'acquisizione del volume, favorendo così l'iter "amministrativo" della distribuzione.
Per chi lo desidera, ci vediamo in Libreria.

sabato 30 gennaio 2010

Terre di Confine: nasce l'Associazione Culturale.

Omonima della ormai celeberrima rivista online, nasce l'Associazione Culturale che consentirà di compiere ulteriori progressi nella tutela, nella promozione e nella diffusione della fantascienza e del fantastico in Italia, nei suoi sottogeneri e nelle sue declinazioni.


Al via le iscrizioni alla nostra nuova Associazione Culturale.
Vuoi supportare TdC e unirti a noi?
Ecco le istruzioni per diventare membro
dell'Associazione Culturale Terre di Confine

Tutte le istruzioni per associarsi sono accessibili qui. Un'occasione da non perdere per chiunque abbia intenzione di offrire il proprio contributo in termini di recensioni, racconti, articoli, commenti e dibattiti.

lunedì 25 gennaio 2010

Una grande prova della fantascienza scandinava.

Declinare efficacemente in chiave umoristica una narrazione che rientra di diritto nella fantascienza dimostra almeno due cose: 1) che il genere non ha nulla da invidiare alla letteratura “mainstream”, tanto da poterne accogliere in pieno le varianti; 2) che l'autore di una simile operazione letteraria è una cellula totipotente, in perenne bilico fra direzioni di sviluppo opposte e imprevedibili, da cui potranno generarsi creazioni estremamente variegate. Questo è esattamente il caso de “Il manifesto dei cosmonisti” (trad. it. 2007, "Svålhålet", 2004, di Mikael Niemi, Svezia, classe 1957), classificato come romanzo, in realtà raccolta di racconti uniti da un filo conduttore intessuto da un io narrante che riferisce le sue esperienze di professionista viaggiatore del Cosmo.
Come per le pietanze più gustose e raffinate, il segreto, naturalmente, è nella ricetta.
In realtà è piuttosto semplice: prendete simili quantità di caos, universi paralleli, flusso del tempo, esplorazione spaziale, androidi, extraterrestri, tutto a crudo e senza lavare, mi raccomando (preserviamo i sapori che la natura ci regala), quindi mettete tutto nel frullatore. Dopo qualche minuto di miscelazione aggiungete secrezioni aliene, ironia della sorte e spirito d'avventura. Lasciate raffreddare e condite con chicchi di Legge di Murphy secondo il gusto. Servite accanto a gnocchi di Big Bang. Si consiglia infine di accompagnare il tutto con un buon bicchiere di ghiaccio di cometa in purezza.
Potrebbe essere questo il piatto del giorno alla “Buca della Cotica”, locale noto in ogni galassia che si rispetti e punto di ritrovo ambito dai Cosmonisti più affezionati.
Figlia legittima di queste righe, nasce ora la domanda “Ma chi diavolo sono i cosmonisti?”.
Complice il colossale truck interplanetario raffigurato nella copertina del volume edito da Iperborea (casa editrice specializzata nella letteratura di area scandinavo-neerlandese-baltica, e di cui abbiamo parlato qui), ce li immaginiamo subito come “camionisti dello spazio”, ma la lettura del libro rende il paragone piuttosto riduttivo; i Cosmonisti sono molto di più. A differenza dei primi, che prendono il nome dal loro mezzo di spostamento terrestre, i Cosmonisti sono gli individui nati per viaggiare nel cosmo. La loro identità non è nella nave su cui viaggiano, ma nel non-luogo in cui si recano per dare seguito a un'attrazione irresistibile. Perennemente in bilico fra vita e morte, fra lucidità e follia, i Cosmonisti giocano con il proprio destino al momento in cui arrivano al “Ponor” (Point of No Return) della loro nave, oltre il quale sono consapevolidi non avere abbastanza energia per fare ritorno sulla Terra. Una volta superato questo punto, c'è solo una speranza per i“Ponoristi”: imbattersi in una cometa, dissetarsi del suo ghiaccio e gettarsi a capofitto nell'esplorazione dello spazio esterno. Fino al Ponor successivo.
E' probabile che a questo punto stiate pensando che il Cosmonista-Ponorista è il classico reietto, un povero emarginato della Terra, che solo nella vuota immensità dello spazio ritrova se stesso, oppure un individuo che vuole dimenticare del tutto quel se stesso, rinnegare le proprie origini e vivere (o morire) in una condizione di libertà che la Terra non gli ha mai concesso.
Ma non è (solo) così.
Il Cosmonista parte avendo la Terra nel cuore, anzi nel Tascapane, il solo effetto personale permesso a bordo oltre agli strumenti per la navigazione e la sopravvivenza. Nel minuscolo volume del Tascapane il viaggiatore è autorizzato a condurre con sé il solo ricordo della Terra che gli sia consentito, così da poterne godere nei momenti di estrema solitudine; talora si tratta di semplici aromi che potrà assaporare una sola volta in tutto il viaggio (e in questo, beninteso, non ci si limita affatto alle essenze floreali - tentate di fissare bene a mente questa generosa avvertenza).
Il richiamo nostalgico alla Terra è presente sin dal capitolo introduttivo, in cui l'autore-viaggiatore si congeda dal Tornedal (luogo di ambientazione del suo precedente romanzo) con una sauna con cui consuma la sua ultima notte sul pianeta natio (la Scandinavia, verrebbe da dire, più che la Terra).
Ma, interrotte da parentesi utilizzate per interloquire direttamente con il lettore, e volte a distrarlo e disilluderlo, i viaggi spaziali dei Cosmonisti non sono le sole avventure che compongono questo fiume di creatività. Con un'ironia che ricorda (benché solo per brevi tratti) il britannico Jasper Fforde, Niemi ci fornisce una spiegazione scientifica ineccepibile per problemi quotidiani, come i Kurt, ossia le particelle che veicolano la legge di Murphy e rappresentano la spiegazione della sfortuna, o l'esistenza del Groviglio, un ammasso di conoscenza infinita che renderà già scritta da qualcuno qualunque cosa venga prodotta da un autore (un'applicazione decisamente affascinante della teoria degli universi infiniti), e dissacra alcuni luoghi narrativi cari alla fantascienza più blasonata, come con Rutvik, la realtà virtuale che consente a un gruppo di pazzi la scoperta dell'Eternità.
In un simile Universo, pieno di creature strambe, talora vomitevoli (seconda raccomandazione del recensore: gustare “La buca della Cotica” rigorosamente a stomaco vuoto), e nel quale i corpi stellari non hanno squisiti nomi arabi o altolocate sigle alfanumeriche di classificazione (basti pensare all'asteroide Segalzino), ci si perde con immenso piacere, si ride di cuore, e si contempla ammirati una fantasia di portata rara.
Il tutto sempre rammentando le sacre parole del Manifesto dei Cosmonisti:
“...1. Non esiste alcun manifesto dei Cosmonisti.
2. Non ci senti, testa di rapa? Non esiste alcun manifesto dei Cosmonisti.
3.Ma quante volte te lo devo ripetere? Non esiste alcun manifesto dei Cosmonisti.”

E poi, più in dettaglio, le auree regole non scritte vigenti a bordo dopo il lancio:

-Noi non abbiamo uniformi.
-Del tu a tutti.
-Stipendio parificato.

-Siamo tutti proprietari dell'astronave.
-Sesso libero.
-Non mugugnare.


Invitante, non pensate anche voi?

Da non perdere.
"Il manifesto dei cosmonisti” ("Svålhålet", 2004, di Mikhail Niemi - trad. it. 2007 Iperborea ISBN 978-88-7091-153-4)

domenica 17 gennaio 2010

Nati nello spazio?

Ho iniziato questo romanzo attratto dalla tensione evocativa di un titolo traditore. Tutto ciò che ruota intorno alla nascita non può che captare l’interesse, e se poi ad essa si associa lo spazio, be’, l’attenzione di un povero lettore di fantascienza viene titillata a dovere; se infine il lettore in questione è anche vittima facile di alette e quarte di copertina che spingono a rammentare la lettura di un capolavoro di Heinlein (“Universo”), si comprende il livello di investimento emotivo che ha generato la successiva delusione.
Nati nello spazio” (The Space Born, di Edwin C. Tubb, UK, 1919) è un romanzo scritto bene, non c’è che dire. Un buon giallo, sviluppato in maniera quasi asimoviana e con un piacevole ritmo. Il richiamo all’opera di Heinlein è evidente sin dalle prime pagine, e con esso un considerevole divario stilistico e qualitativo fra i due autori (a sfavore dell’inglese), non tale però da pregiudicare la validità del romanzo.
Come “Universo”, “Nati nello spazio” ripercorre l’affascinante idea dell’astronave in grado di ospitare decine di generazioni di donne e uomini che si succedono durante un viaggio plurisecolare verso un nuovo mondo. Dozzine di ponti a gravità decrescente, via via meno densamente popolati, sono un altro tratto comune fra i due romanzi, come pure l’esistenza, nelle parti più disabitate della nave, di una minoritaria fazione di reietti.
Ma a differenza di quanto avviene nel romanzo di Heinlein, la popolazione che abita la grande nave di Tubb non ha perso la memoria della propria missione, e non si illude affatto che il solo mondo conosciuto sia racchiuso in quella stessa astronave.
Da questo discende lo schiacciante spirito di morte che aleggia attraverso tutta la storia.
Per poter assolvere alla missione, è necessario garantire la massima efficienza possibile dell’equipaggio e della nave. Lo “spreco” è considerato una peste, tanto che a bordo la parola stessa è ormai diventata l’imprecazione per eccellenza. I sistemi di riciclaggio minimizzano la perdita di massa e di energia. I colpevoli di spreco sono condannati a morte e diventano essi stessi materia per i riciclatori. La procreazione è rigorosamente programmata attraverso matrimoni finalizzati alla selezione della prole, prima dei quali l’accoppiamento sessuale è proibito, in quanto di dubbia resa qualitativa.
Ma soprattutto, il solo essere umano ammissibile a bordo è quello che esprime il massimo rendimento. Ovvero, l’uomo giovane. Con la sola eccezione del comandante, leggi non scritte impongono che intorno ai quarant’anni tutti gli individui vengano eliminati. Di questo si occupa un piccolo corpo,la “psico-polizia”, formato da membri selezionati, che basa le sue azioni sulle decisioni inappellabili di "Psico", un calcolatore che stabilisce l'affidabilità psico-fisica di ogni singolo individuo. Le morti vengono sistematicamente mascherate da incidenti, e portate a termine con impeccabile efficienza. A bordo la vecchiaia è sconosciuta. E tutto perché i “Costruttori” (della nave, secoli prima) hanno voluto così.
Fin qui, nulla da eccepire. Ci sarebbero tutti gli ingredienti per un mix appassionante.
Ciò che lascia perplessi è la totale asetticità dei personaggi di fronte a questo meccanismo. L’indistinta freddezza glaciale che muove le loro azioni elimina qualunque altro possibile registro narrativo. Fatta eccezione per la protagonista femminile, Susan (per lo più per via del fatto che si tratta dell’insopportabile stereotipo della donna made in USA anni ‘50), l’emozione dominante (per non dire la sola) è la paura. Jay West, il protagonista, psico-poliziotto, supera con disinvoltura estrema un conflitto interno di durata molto breve quando gli viene assegnato l’incarico di eliminare Fred, padre di Susan, che per inciso è la donna di cui è innamorato. La sola ragione per cui Jay rinuncia infine al compito, e prende invece a proteggere e nascondere Fred, è il sospetto che l’ordine gli sia stato impartito per motivi personali che vedono coinvolti lo stesso Fred e il capo della psico-polizia, Gregson.
Tutti sospettano di tutti, tutti sono pronti a uccidere tutti. Non c’è rimorso, non c’è esitazione, non ci sono dubbi. Non c’è umanità. Tutto avviene esclusivamente in funzione del criterio dell’utile e della sopravvivenza.
Più che dei “nati nello spazio”, questa sembra la storia degli “uccisi nello spazio”.
Provvidenzialmente, il clima pesante viene spazzato via da una svolta inattesa: d’un tratto, il Comandante, il solo a bordo con diritto di anzianità, annuncia che la meta del viaggio è stata raggiunta. La terra promessa. È dunque giunta l’ora di riportare alla coscienza quella parte di umanità che è stata trasportata in stato di ibernazione, sin dalla partenza dalla Terra. Eliminate le proibizioni al libero accoppiamento e la programmazione delle nascite, coloro che hanno viaggiato nella nave, succedendosi di generazione in generazione a bordo, potranno mescolarsi con i resuscitati. Non vi è più alcun bisogno di eseguire alcuna sentenza di morte per i quarantenni.
Il lettore, lo stesso di cui all'inizio (classe 1969), tira un sospiro di sollievo.
Si chiude il libro istintivamente riponendo le proprie ultime speranze negli ibernati, perché non ci si può non chiedere che razza d’umanità sarebbe stata altrimenti quella che dell’assassinio aveva fatto la sua regola di sopravvivenza.
Una storia impoverita.