venerdì 3 settembre 2010

Michael Bishop: Fragili stagioni.


Nell’intervista concessa qualche tempo fa a Fantascienza e Dintorni (qui), il due volte Premio Nebula Michael Bishop lo aveva detto a chiare lettere. Per quanto io insistessi nel proporre “Il tempo è il solo nemico” come il suo capolavoro assoluto, Michael controbatteva ritenendo “Brittle Innings” il proprio miglior libro, e non nascondeva in alcun modo un giudizio piuttosto negativo su tutte le proprie opere di genere a distanza di tanti anni, sia in termini di forma che di sostanza, dando prova a un tempo di onestà intellettuale e di capacità di evolversi come autore.
Confesso che al momento dell’intervista non conoscevo questo libro, perché ignoravo che ne esistesse un’edizione italiana pubblicata da Fanucci. Dopo aver faticato a trovarne una copia da collezione a un prezzo accettabile (la copertina, in alto, è di  Tiziano Cremonini), e averlo letto, continuo in effetti a pensare che “Il tempo è il solo nemico” sia l’opera migliore del nostro, ma “Fragili Stagioni” (questo il titolo in italiano) ha meritatamente conquistato la seconda posizione.
Innanzitutto, va evidenziato che non possiamo considerare questo romanzo come un’opera di fantascienza. Anche inserirla nella categoria corretta, che potrebbe essere quella del soft-horror, non renderebbe giustizia a un autore che, pur avendo consacrato gran parte della sua carriera al genere, è oggi alla ricerca di un editore per il suo ultimo romanzo mainstream.
È infatti già evidente proprio in Fragili Stagioni la volontà di Michael di varcare i confini del genere. In questo romanzo, il riferimento al Frankenstein di Mary Shelley appare in maniera tanto misurata che bisogna superare ben centocinquanta pagine per avere conferma che uno dei protagonisti, il misterioso Henry Clerval detto “Jumbo”, è effettivamente la celebre creatura del Dr. Viktor Frankenstein.
Sopravvissuto attraverso i secoli, il gigante è approdato in modo rocambolesco al mondo del baseball, nel quale si è affermato come uno dei migliori giocatori di una lega minore statunitense durante il periodo di austerità della Seconda Guerra Mondiale. Poiché proviene dal passato, Jumbo si esprime con un inglese raffinato, elegante, incredibilmente ricco di sfumature, che possiamo divertirci a immaginare pronunciato con impeccabile accento britannico vittoriano. Ha inoltre trascorso molto tempo a leggere e studiare in solitudine, e la sua cultura è quindi sterminata e poliedrica.
La narrazione è insomma condita con piacevoli spunti dal tono grottesco; eppure, questo romanzo è ben più di un soft-horror dai sofisticati toni umoristici.
Inizialmente potreste spaventarvi al cospetto della mole di tecnicismi sportivi; sembra quasi di aver iniziato la lettura di un manuale di baseball. A meno che non siate degli esperti in materia, vi imbatterete in passaggi in cui non capirete molto. D’altra parte, gli stessi passaggi, nei quali il protagonista, Daniel Boles, misura e sfida se stesso all’interno del diamante di gioco nella speranza di coronare i suoi sogni, contengono ancora una volta una visione nitida, positiva e rassicurante dell’essere umano.
Daniel è un ragazzo balbuziente, e in seguito a un trauma diventa praticamente muto per gran parte della storia; al tempo stesso si rivela dotato di un eccezionale talento per il baseball.
L’intera storia si configura così come la realizzazione progressiva di un’identità. Utilizzando la sua conoscenza di questo sport come humus per un’ambientazione originale e inconsueta, Michael Bishop sviscera le principali dinamiche dell’essere umano senza mai cedere alla (facile, suppongo) tentazione di dare loro un nome. L’invidia dei compagni di squadra, la paura della diversità di Jumbo, il difficile rapporto di Daniel con suo padre (con tanto di sogni dettagliati), la talora non palese violenza di alcuni personaggi secondari, il principio dell’uguaglianza fra tutti gli uomini (bianchi e neri, nello specifico), il desiderio nei confronti delle donne, la loro libertà, l’esigenza di realizzare se stessi. A tutto ciò si aggiungono brevi ma incisivi accenni alla situazione politica del periodo, con una rivendicazione della inutilità della guerra e una satira mai sgraziata sulla retorica patriottica dell’America di F. D. Roosvelt (protettore del baseball nel periodo bellico), oltre ai quesiti che nascono dal confronto fra la sorte dei ragazzi che muoiono al fronte e quelli rimasti in patria a fare il loro lavoro, come i giocatori. Il tutto nello scenario della rigida divisione razziale dell’“American Deep South” (la storia di svolge in Georgia, dove attualmente l’autore vive), che ci ricorda come solo mezzo secolo fa l’apartheid fosse norma usuale in parte degli Stati Uniti. Un’America, quella che viveva il periodo della Seconda Guerra Mondiale a così grande distanza dal fronte, di cui in questo romanzo si trova un ritratto dettagliato e per nulla superficiale.
Se la cronaca della vicenda di Daniel, da un lato, rappresenta il vissuto concreto del protagonista, dall’altro, la ricostruzione graduale dei fatti che, attraverso i secoli, portano Henry/Jumbo nella grande casa colonica in cui alloggiano gli Highbridge Hellbenders, sembra invece voler alludere ad un percorso interiore.
Henry è scampato ai ghiacci artici dove si consuma l’epilogo della storia originale, ed è vissuto alla costante ricerca di un’accettazione sociale della propria diversità.
Per inciso, la ricostruzione di questi antefatti attraverso i secoli si svolge sottoforma di copiatura dei diari di Henry/Jumbo da parte di Daniel, che ne viene casualmente in possesso. Va detto in merito che queste pagine (poche, purtroppo, e comunque le uniche contenenti elementi fantastici) sulle vicissitudini di Henry/Jumbo, sul suo imbattersi nelle più disparate comunità umane, dalle tribù che sopravvivono nell’artico alle periferie degradate delle città moderne, costituiscono veri e propri racconti. Anche grazie all’uso di un manierato io narrante ottocentesco in netto contrasto con lo stile fluido e moderno e con la declinazione in terza persona del resto dell’opera, esse conseguono una dignità narrativa che le rende quasi autonome dal romanzo.
Henry è consapevole della propria diversità di creatura “non naturale”, ma non si limita a difendere la propria vita dalle ripetute aggressioni. La tensione a superare i limiti della mera sopravvivenza, e trovare piena accettazione di sé, lo porta a adottare misure drastiche, come l’accorciamento chirurgico dei propri arti inferiori. Scambiato talora per un Dio, talora per un animale mostruoso, Henry persegue con tenacia il contatto e il rapporto con gli esseri umani. Combatte la propria presunta dis-umanità, e a tal fine decide di tenere a bada le proprie pulsioni animalesche, omicide, che ritiene derivino dai suoi creatori (e non da se stesso), e delle quali riconosce la nefandezza. È sinceramente pentito degli assassinii che è stato costretto a commettere nel suo passato remoto, e ha fatto voto di non uccidere più.
Il culmine di questo processo di “umanizzazione” si realizza appunto nell’incontro con Daniel, che approda agli Highbridge Hellbenders in qualità di giocatore di riserva. Scegliendolo come compagno di stanza, Henry permette all’ultimo arrivato di entrare nel suo mondo e nella sua storia, ritrovando in lui un essere umano degno di conoscere la verità, sentendo in lui un amico che non lo tradirà. E quando Daniel si ritroverà in una situazione di insormontabile difficoltà, le mostruose pulsioni a lungo contenute rischieranno di tornare a manifestarsi.
Sembra davvero che Henry si configuri come la rappresentazione dell’inconscio di Daniel, l’alter ego che incarna e manifesta le sue reazioni più profonde agli eventi di cui i due amici sono protagonisti o vittime. Henry dà voce alle opinioni che invece il ragazzo, timido e fin troppo rispettoso degli altri, non esprime mai apertamente: l’odio per la guerra, il rifiuto dei soprusi, l’esigenza di giustizia, il rispetto per gli altri. Il lungo periodo di mutismo di Daniel diventa così strumentale a questo ingegnoso artificio narrativo: Henry rende esterno e comprensibile in parole il vissuto interiore di Daniel, che cerca invece di tenersi a prudente distanza dalle insidie di un mondo ancora troppo ostile.
In questo senso la svolta arriva nel momento in cui, incontrato casualmente il proprio carnefice, e ribellandosi, Daniel recupera l’uso della voce, e si libera del pesante fardello di un padre opprimente e violento, diventando libero di essere “una vera persona”.
Una valutazione appena sufficiente dell’opera di un autore complesso e raffinato come Michael Bishop non può in effetti in alcun modo prescindere da questo romanzo, che attraverso una descrizione minuziosa e minimalista della provincia del Sud degli USA di quasi settant’anni fa, ci obbliga ancora una volta a scoprire la presenza di umanità in luoghi insospettabili.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ci vuole sensibilità per scrivere un romanzo come quello che descrivi, sensibilità e talento. Poi ce ne vuole almeno altrettanta per leggerlo, sentirlo e infine recensirlo come fai tu.

Francesco Troccoli ha detto...

Grazie... spero ti svelerai :)