venerdì 9 gennaio 2009

“L'intelligenza, senza la capacità di dare o ricevere affetto, porta alla nevrosi e forse anche alla psicosi…”

E’ davvero una delle letture migliori in cui ci si possa imbattere, il romanzo “Fiori per Algernon”, ricavato dall’omonimo racconto firmato dallo stesso autore.

Un po’ di storia, in breve. Il racconto originario fu pubblicato nel 1959 nella rivista The Magazine of Fantasy & Science Fiction e nello stesso anno vinse il Premio Hugo, che l’autore ricevette dalle mani di Isaac Asimov in persona, che si disse molto colpito dalla narrazione. Il successivo romanzo venne pubblicato nel 1966 e in questo formato la storia vinse anche il Premio Nebula. Da allora è stato tradotto e pubblicato in ogni angolo del pianeta. Per motivi che l’autore stesso non sa spiegarsi, il paese al mondo in cui ha avuto maggior successo è stato il Giappone.

Il protagonista è Charlie Gordon, uno sfortunato uomo affetto da una cerebropatia che rende la sua intelligenza simile a quella di un bimbo di pochi anni d’età. In seguito ad un rivoluzionario intervento neuro-chirurgico in cui accetta di prestarsi come cavia, Charlie subisce un’accelerazione del suo sviluppo cerebrale e aumenta progressivamente la sua intelligenza, arrivando a livelli inattesi di genialità. La storia è narrata parallelamente a quella di Algernon, un topolino di laboratorio su cui l’esperimento è stato condotto prima che sull’uomo.
Il romanzo descrive in forma di diario personale l’evoluzione del protagonista che si scopre a ricordare e rielaborare tutti i ricordi della sua infanzia e del periodo in cui era considerato un idiota dalla maggior parte di coloro che lo circondavano, e a vivere esperienze completamente nuove, fino a cimentarsi nel difficile rapporto con le donne.

Vi sono indubbiamente spunti provenienti dalla psicanalisi classica, verso i quali il lettore deve armarsi di indulgenza, e nei confronti di cui non si può non notare a tratti un tono critico. In un’intervista, disponibile in formato audio (vedere oltre) l’autore riconosce infatti che la teoria di Freud è ormai superata, ma attribuisce alla propria esperienza in psicanalisi la scoperta dell’inconscio come parte essenziale della comprensione del mondo, e fonte continua di immagini, che egli utilizzò per essere uno scrittore.
In effetti, si coglie nella commovente storia di Charlie un’interessante rappresentazione del binomio affetti/intelligenza, nel tentativo continuo e rischioso di dare una definizione dell’identità dell’essere umano.
Ed è così che Charlie, sviluppando sempre di più la sua intelligenza razionale, la conoscenza scientifica, la logica, sembra perdere progressivamente quelle capacità affettive che pur nel ritardo mentale erano prima integre, fin quasi ad essere spaventato dai limiti di un’intelligenza sì enorme, ma fredda e senza affettività.
E così, come un fiore che si schiuda via via nella lettura, si viene colpiti all’improvviso dall’intuizione dello scrittore, limpida come una corolla ormai spalancata, che si percepisce esser nata nel pieno scorrere della sua stessa composizione artistica:

"Gliela offro come un'ipotesi: l'intelligenza, senza la capacità di dare o ricevere affetto, porta a un tracollo mentale e morale, alla nevrosi e forse anche alla psicosi. E io dico che la mente assorta e chiusa in se stessa come un fine centrato nell'io, a esclusione dei rapporti umani, può condurre soltanto alla violenza e al dolore..."

Non si può non ravvisare in queste righe un’intuizione profonda sull’identità umana, che costringe ad un quesito fondamentale: è l’intelligenza, quella misurata dal Q.I., quella che Charlie vuole aumentare, a definire cosa sia un essere umano? O è tutt’altro?

Stilisticamente il libro cattura senza scampo e si consuma (purtroppo!) in poche ore.
L’io narrante trascina fra le righe e le pagine, il livello narrativo non cede mai alla banalizzazione, l’identificazione con il protagonista è necessaria, intensa, sconvolgente.
E al di là della critica che si potrebbe fin troppo facilmente muovere ad un pensiero di fondo esistenzialista che si può e si deve non condividere, l’autore arriva molto in profondità, e ci tocca dentro con una penna rapida e sottile che graffia, addolora e intenerisce.

La fantascienza che preferisco, quella che catturerà inesorabilmente anche il lettore non legato al genere, quella che non fa differenza fra un amante del fantastico e un lettore nel senso più classico e costringe a sentire, e pensare.

L’edizione italiana:
Daniel Keyes, Fiori per Algernon (tit. orig. Flowers for Algernon)
Traduzione di Bruno Oddera - ISBN 88-429-1381-2 2005 - Casa Editrice Nord - Milano

E ora qualche spunto decisamente interessante. L’autore (sito ufficiale qui) è tornato a trattare l’intramontabile vicenda alla base del romanzo nel più recente "Algernon, Charlie and I: A Writer's Journey", (qui).
A questo (Daniel Keyes Interview) indirizzo è inoltre possibile ascoltare un’intervista del 2000 a Daniel Keyes. L’autore svela alcuni interessanti retroscena della genesi della storia, avvenuta nel lontano 1959.
Ah, Vi prego di notare che Daniel Keyes è nato nel 1927.
La scintilla che accese la fantasia dell’autore è rappresentata da una serie di stimolanti aneddoti che dimostrano l’intima connessione fra la fantasia della creazione narrativa e la sua vita personale.
Mentre sin da bambino aveva sempre voluto essere uno scrittore, i suoi genitori desideravano che diventasse un medico, e così un giorno Daniel si ritrovò a sezionare un topolino in laboratorio. Con orrore, scoprì che il topolino, che era una femmina, era incinta di tre nascituri, e questo episodio lo sconvolse. Lo stesso giorno, durante la lezione di inglese, Daniel lesse poesie di Algernon Charles Swinburne, e fu colpito dalla stranezza del suo nome.
Ma la scrittura della storia era ancora molto lontana, e avvenne solo in seguito alla decisione di abbandonare definitivamente i detestati studi di medicina per essere un vero scrittore. Per poter avere una fonte di guadagno, Daniel fu insegnante di scrittura creativa a New York; parallelamente a questo corso gli vennero anche affidate due classi di studenti affetti da ritardo mentale. Fu in occasione di una lezione in una di queste che uno dei suoi studenti lo fulminò con la domanda: “Mister Keyes, questa è una classe per stupidi, non è vero?” che lo disarmò, e alla quale egli trovò enorme difficoltà a rispondere; lo stesso ragazzo disse poi che lui avrebbe voluto essere intelligente, e chiese se, qualora lo fosse diventato, fosse possibile esser trasferito in una classe normale. Daniel sentì quanto il ragazzo tenesse a diventare intelligente. Ancora oggi, l’autore afferma che senza quella domanda, che lo toccò così profondamente, il racconto (e quindi il romanzo) non sarebbe mai nato.

Ecco che nella realtà da cui è stata tratta la finzione narrativa ritorna prepotentemente la domanda di sopra: cosa rende l’essere umano tale? La sua intelligenza o piuttosto il desiderio di essa, l’aspirazione ad essa? Perché Charlie, che tutto sommato vive tranquillo e accudito da chi gli vuol bene, pretende di essere intelligente? E perché lo studente di D. Keyes si alzò per fare quella domanda?

Da una storia così coinvolgente non potevano non essere tratti adattamenti cinematografici e televisivi, pochi per la verità disponibili in italiano.
Il primo fu il film “Charlie”, del 1968, con Cliff Robertson (Oscar 1968 come miglior attore protagonista), che in realtà seguì la serie TV del 1961 con lo stesso attore (“The two worlds of Charlie Gordon”); in seguito, nel 2000, il film TV “Flowers for Algernon”, prodotto dalla CBS, con Matthew Modine come protagonista. Nell’intervista citata, Daniel Keyes afferma di essersi commosso nella visione di quest’ultimo adattamento, con il quale sostiene sia stato catturato il vero spirito della storia.

2 commenti:

SenzaUnaDestinazione ha detto...

Tutto questo mi pare molto intrigante, e mi colpisce parecchio. Lo leggerò, e grazie per questo post
P.

Francesco Troccoli ha detto...

Grazie a te del commento, e a presto, F.