martedì 10 febbraio 2009

La Fantascienza al femminile: Ursula Kroeber Le Guin

Si dice spesso che il genere fantastico sia dominio maschile, e di fatto è vero che la maggior parte dei lettori e degli scrittori sono uomini. Sarà forse per questo che le poche scrittrici raggiungono livelli decisamente sopra la media? E Ursula Le Guin (ottant’anni di genialità il prossimo 21 ottobre) ne è "prova scrivente". Nota bene: il cognome “Le Guin” ha origine bretone e si pronuncia esattamente così come è scritto, ovvero accentando la lettera “i” e quindi evitiamo sin d’ora il gratuito, istintivo e sgradevole francesismo.
Nota al grande pubblico più per la saga di “Earthsea” (“Terramare”), uno dei più blasonati mondi “fantasy”, dal quale è stato tratto il film d’animazione di Gorō Miyazaki (“I racconti di terramare”), la UKL che personalmente amo di più è l’autrice del ciclo dell’Ekumene, ovvero una serie di romanzi le cui storie sono ambientate in un lontano futuro in cui i pianeti terra-formati e popolati dall’uomo fanno parte della “Lega di tutti i mondi”.
A ben vedere, la grande abilità della Le Guin non sta tanto nelle trovate fantascientifiche, che, fatte salve alcune intuizioni originali riprese spesso da altri autori, come l’Ansible (un dispositivo di comunicazione interplanetario che sfrutta le onde gravitazionali e non è pertanto soggetto ai “limiti” della velocità della luce), appartengono per lo più al filone classico, ma nella capacità di coinvolgere completamente il lettore nella catena di difficoltà sistematicamente vissuta dai protagonisti come una vera e propria odissea. Spesso proiettando sulla sua umanità futura i problemi di quella del tempo, UKL obbliga il lettore a calarsi nella lotta del protagonista per la sopravvivenza in ambienti ostili dal punto di vista ambientale o razziale (“Il pianeta dell’esilio”, “Il mondo della foresta”), politico (“I reietti dell’altro pianeta”, “La mano sinistra delle tenebre”) o perché perseguitati o cacciati come minacce per nemici o aggressori (“Città delle illusioni” e anche tutti i precedenti). Non dimentichiamo che questi romanzi furono scritti negli anni ’60, dunque in anni di piena guerra fredda e dei grandi movimenti giovanili, e che pertanto risentono delle fantasie di allora sulla conquista dello spazio extraterrestre (ero bambino, e per quel poco che ricordo le rimpiango, e non poco) e della tensione razziale, sociale e politica dell’epoca a livello mondiale.
L’impianto narrativo di questi romanzi, per quanto diversi fra loro, è rappresentato dal tema del viaggio, che si configura come una fuga rocambolesca o come un’avventura disperata del protagonista, sempre sullo sfondo di un mondo che gli è fatalmente o intenzionalmente avverso. Nel primo romanzo, Rocannon fugge attraverso un mondo ignoto cui darà il suo nome, e si imbatte nei mille pericoli di una società medievale, e in “Città delle illusioni” Falk-Ramarren fugge alla ricerca della propria identità dimenticata . Ne “Il pianeta dell’esilio” è un’intera comunità che vive il suo dramma, e che si ritrova sotto assedio da parte degli indigeni del pianeta, rischiando l’estinzione in un ambiente biologicamente inospitale. “I reietti dell’altro pianeta” è una proposizione in chiave FS del conflitto USA/URSS, sul cui sfondo si svolge la drammatica storia di Shevek, il protagonista diviso fra i due mondi, ciascuno con i suoi pregi e i suoi difetti. Ne “Il mondo della foresta” l’autrice si lancia nella descrizione di una difficile convivenza fra esseri umani e indigeni umanoidi, approfondendo più di altre volte un tema a lei caro e ricorrente, ovvero la definizione dell’identità dell’essere umano. Ne “La mano sinistra delle tenebre” Genly Ai, inviato dell’ecumene, entra in contatto con una specie umanoide ermafrodita, e si ritrova anch’egli coinvolto in una disperata fuga attraverso i ghiacci del pianeta. Molto più tardiva (2000) fu la nascita dell’ultimo romanzo del ciclo, “La salvezza di Aka”, quasi una summa del pensiero utopico dell’autrice, certamente evolutosi, dopo ben ventiquattro anni dal precedente romanzo della serie. Si noti che solo in quest’ultimo caso, così distante dagli altri, la protagonista è una donna.
Le immagini di UKL provengono da una geniale e fruttuosa miscela di semplicità e realismo. Al punto tale che lo sforzo che normalmente viene chiesto al lettore di FS, la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”, è in questo caso evidentemente minore della norma. Leggendo le storie della Le Guin, tutto ciò che avviene non è mai frutto di forzatura narrativa, e si inserisce nel mondo immaginario di turno con la semplicità del pezzo giusto in un puzzle. Lo stile è essenziale (tanto che si legge facilmente anche in inglese), tagliente, profondamente sensoriale e figurativo, e i picchi emozionali sono immancabilmente destinati, seppur al prezzo di una costante e avvincente tensione drammatica, a produrre serenità e finali positivi. Ovunque traspare una grande fiducia nell’essere umano. Se una visione così serena e ottimistica è in generale tanto rara che bisogna tornare ad Asimov per trovarne una altrettanto forte e positiva, ancor più la cosa colpisce se si pensa al periodo in cui questi romanzi furono scritti, ovvero il tempo in cui la fine del mondo era argomento del pranzo in famiglia di (quasi) tutti i giorni.
Un’ultima nota su un romanzo in particolare, che nulla ha a che vedere con i precedenti, e che pure fa parte della produzione fantascientifica più “pura” della Le Guin (immodesta definizione di un fan della FS che non ama molto il fantasy – ebbene sì, ne esistono ancora!), ovvero di tutto ciò che UKL ha scritto e non è nel ciclo di Earthsea, né nella sua produzione Low-Fantasy (“La soglia”, e poi la serie iniziata con il recente “I doni”, seguito da “Voices”, e “Powers” non ancora tradotti in italiano). Si tratta de “La Falce dei cieli”. E' la storia di un uomo che si rivolge a uno psicoterapeuta perché si accorge che i suoi sogni cambiano il corso della realtà. Un romanzo avvincente, di quelli che leggi e rileggi in una domenica, e ogni volta ti sembra la prima. Non perdetelo.
Poi, oltre a tutto questo, ci sono in realtà anche poesie, racconti, sceneggiature, saggi, traduzioni, audio-cassette, adattamenti TV, radio e teatrali. Un’artista e un’intellettuale a 360 gradi, instancabile. UKL ha vinto decine e decine di premi a livello internazionale. Tanti che non si contano.
Qui la bibliografia completa ufficiale in inglese.
Non facile trovare immagini o video di UKL. Qui c’è il link al recente reading dell’ultimo romanzo “Lavinia”, che narra dal suo punto di vista la storia della moglie di Enea. Ascoltatela. Non è amabile?
Se la fantascienza scritta al femminile è questa, speriamo che sempre più scrittrici decidano di dedicarsi al genere, perché della visione fantastica delle donne c’è un gran bisogno. Forse non solo nella fantascienza. E forse, non solo nella narrativa.


(Questo articolo è stato ripreso dagli amici del gruppo RiLL, qui )

3 commenti:

ellef ha detto...

Lo sapevi che il papà della Le Guin, Alfred Kroeber, è stato uno dei più grandi antropologi americani?
Impossibile trascurare l'influenza che gli studi e la figura del padre ebbero poi sulla figlia, alimentando la curiostà e la sensibilità per il tema razziale e le differenze culturali.

P.s.
AUGURIIIII anche qui!!!

ellef ha detto...

Lo sapevi che il papà della Le Guin, Alfred Kroeber, è stato uno dei più grandi antropologi americani?
Impossibile trascurare l'influenza che gli studi e la figura del padre ebbero poi sulla figlia, alimentando la curiostà e la sensibilità per il tema razziale e le differenze culturali.

P.s.
AUGURIIIII anche qui!!!

Francesco Troccoli ha detto...

Sì, mi pare di sì, e in effetti la tua osservazione è giustissima, caro grande antropologo italiano! Ti abbraccio e grazie.