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venerdì 21 maggio 2010

"Ivan" vince "Commenta e vinci su FS e Dintorni"

In merito all'iniziativa di cui questo blog è stato promotore (vedere: qui), sono lieto di comunicare che fra i commenti pervenuti sull'audio-capitolo del volume "Il manifesto dei cosmonisti" (Iperborea), capolavoro di fantascienza umoristica dell'autore svedese Mikael Niemi (tradotto da Laura Cangemi), è stato estratto a sorte quello che figura a nome di "Ivan", il cui testo è riportato più avanti.
Come annunciato, il vincitore riceverà una copia dell'antologia di racconti fantastici "Fuga da Mondi Incantati", Nexus Ed. 2008. A tal fine preghiamo Ivan di scriverci a fantascienza_e_dintorni@fastwebnet.it, fornendo un recapito postale valido.
Congratulazioni!

Ivan ha detto...
"Le prime frasi sembrano semplicisticamente il preludio di un bizzarro libro comico di fantascenza, proseguendo nell'ascolto, pur con uno stato d'animo di surreale scetticismo, viene voglia di continuare ad ascoltare chi sono questi cosmonisti e cosa li spinge in questi viaggi; difficilmente potrei scegliere consciamente di intraprendere un'avventura simile, come peraltro succede anche con molte altre letture di questo genere (e spesso è proprio questo che le rende così interessanti).
Potrebbe sembrare più un viaggio nella psiche dell'umanità che nello spazio, si vedrà...

L'interpretazione è molto chiara e piacevolmente ironica. "

domenica 4 aprile 2010

Il tascapane, letto... da me.

Un omaggio alla fantascienza, ai miei docenti di doppiaggio e oversound, e alla casa editrice Iperborea.
All'autore, Mikael Niemi, e alla traduttrice, Laura Cangemi.
Di questo capolavoro di fantascienza umoristica, dalle impossibili tinte emozionanti, abbiamo parlato qui.
Il video, qui di seguito, è suddiviso in due parti.



La seconda parte:

venerdì 19 febbraio 2010

L'isola di Odino.

Gli autori scandinavi pubblicati da Iperborea continuano a sorprendere. Confesso che un titolo così altisonante, complice la riproduzione in copertina di un’antica mappa marinara, mi aveva indotto a temere lo scatenarsi tumultuoso dell’ennesima trama fantasy in chiave nordica in senso stretto, con tanto di divinità arboree e personificazioni delle forze della natura in entità più o meno legittimamente sacre.
Forse a questo punto diviene doveroso prendere invece in considerazione l’ipotesi che una simile idea della cultura nordica stia al Nord Europa più o meno come lo sterotipo della pizza e degli spaghetti (magari condite con un paio di note di mandolino) sta alla gastronomia nostrana, e nel caso specifico di questo romanzo della danese Janne Teller (nata nel 1964, il libro è del 1999), che si colloca a mezza strada fra una fiaba e una storia fantastica farcita di spassosi tratti umoristici, prendere atto di una capacità di dissacrazione del mito e della religione che la cultura mediteranea dovrebbe saper invidiare, per trarne spunti di cui dalle nostre parti si sente una gran mancanza. I riferimenti alla mitologia norrena, con il loro innegabile fascino, non sono tuttavia assenti: brevi brani poetici che narrano le vicende del Valhalla sono distribuiti in più punti, benché sapientemente spacciati come le deliranti visioni mistiche di uno dei co-protagonisti più negativi e divertenti.
Odino è un vecchietto incredibilmente basso, che alla vigilia di Natale sostiene di essere incappato in una tempesta di meteoriti che lo hanno costretto ad un fortunoso atterraggio su di un'isola misteriosa nello stretto fra i due nemici storici del Nordmeridione e del Nordsettentrione. Lungi da me rivelare se le cose stiano realmente così: questo interrogativo vi perseguiterà bonariamente fino alla fine del romanzo, e oltre. In una notte in cui il mare dello stretto ghiaccia, Odino raggiunge a piedi la terraferma (il “Continente”), alla ricerca di un “veterinarius” che si prenda cura della zampa rotta della cavalla Rigmarole, che insieme a Baltazar traina la sua slitta. Odino errante nella nebbia della costa nordmeridionale viene così raccattato dalla protagonista, Sigbrit Holland, e portato in ospedale per un principio di assideramento.
Il mondo immaginario di Janne Teller (che bel cognome; per inciso, sembra una deformazione professionale) è tanto fantastico quanto veritiero. Sullo sfondo di una Scandinavia immaginaria ma molto realistica, con le sue contraddizioni linguistiche e le sue inconfessabili specularità interne, così poco note a noi dell’Europa “calda”, la vicenda stravagante di Odino, quasi una parodia di un cristo nordico inconsapevole, smemorato e tremendamente dolce, traina come i due cavalli della sua slitta i molteplici piani di lettura della storia.
La descrizione dell’isteria di un mondo progredito, in cui una torma di sette e fazioni si accanisce per accaparrarsi il favore di un dio occasionale ma provvido, che si contrappone alla serenità di un’isola che non c’è, dove la saggezza delle parole del Fabbro è l’unica certezza per la piccola comunità di Fabbripoli e di Postalia (“non da dimenticare”).
La trasformazione di un manipolo di reietti in un’ardita armata Brancaleone in chiave scandinava, con cui non si può non identificarsi subito, lasciando emergere il desiderio di trovarsi a bordo di un peschereccio verde e arancio che beccheggia fra le onde fredde e le isole dei mari del Nord, cullati da uno sciabordio che non esita a trasformarsi in tempesta.
La storia d’amore fra una donna che rinuncia a tutto per seguire la parte più irrazionale di sé e un pescatore affascinante e introverso che è in grado di leggere la sua realtà e costringerla ad affrontarla.
E infine il percorso interiore della protagonista, che grazie a Odino scopre quanto insulsa sia la vita che ha vissuto fino al giorno precedente e affronta con coraggio le sofferenze che la separazione da essa comporta.
Il tutto, reso ancor più sapido dalla presenza di personaggi che riescono a parlare con i loro silenzi, a dire cose diverse ripetendo sempre le stesse frasi, con una ritualità dai tempi comici perfetti, e a rappresentare, ciascuno all’interno del proprio paradosso, una scelta coraggiosa, una maniera di essere, un’identità da scoprire.
Personaggi originalissimi, che Vi sembrerà di avere in giro in casa (che presto Vi ritroverete a immaginare come un vecchio e caldo peschereccio che porta il nome dell’anziana nonna isolana, Rikke-Marie), e che non falliscono lo scopo di intenerire e divertire. Di ricordarci che in ogni istante la vita può essere cambiata radicalmente, scoprendone la bellezza in una frase non detta, in un’amicizia mai dichiarata, o in un’isola scomparsa dietro una coltre di scogli e, per la fortuna di chi vi nasce e di chi riesce a farvi rientro, dimenticata dal resto del mondo.

lunedì 25 gennaio 2010

Una grande prova della fantascienza scandinava.

Declinare efficacemente in chiave umoristica una narrazione che rientra di diritto nella fantascienza dimostra almeno due cose: 1) che il genere non ha nulla da invidiare alla letteratura “mainstream”, tanto da poterne accogliere in pieno le varianti; 2) che l'autore di una simile operazione letteraria è una cellula totipotente, in perenne bilico fra direzioni di sviluppo opposte e imprevedibili, da cui potranno generarsi creazioni estremamente variegate. Questo è esattamente il caso de “Il manifesto dei cosmonisti” (trad. it. 2007, "Svålhålet", 2004, di Mikael Niemi, Svezia, classe 1957), classificato come romanzo, in realtà raccolta di racconti uniti da un filo conduttore intessuto da un io narrante che riferisce le sue esperienze di professionista viaggiatore del Cosmo.
Come per le pietanze più gustose e raffinate, il segreto, naturalmente, è nella ricetta.
In realtà è piuttosto semplice: prendete simili quantità di caos, universi paralleli, flusso del tempo, esplorazione spaziale, androidi, extraterrestri, tutto a crudo e senza lavare, mi raccomando (preserviamo i sapori che la natura ci regala), quindi mettete tutto nel frullatore. Dopo qualche minuto di miscelazione aggiungete secrezioni aliene, ironia della sorte e spirito d'avventura. Lasciate raffreddare e condite con chicchi di Legge di Murphy secondo il gusto. Servite accanto a gnocchi di Big Bang. Si consiglia infine di accompagnare il tutto con un buon bicchiere di ghiaccio di cometa in purezza.
Potrebbe essere questo il piatto del giorno alla “Buca della Cotica”, locale noto in ogni galassia che si rispetti e punto di ritrovo ambito dai Cosmonisti più affezionati.
Figlia legittima di queste righe, nasce ora la domanda “Ma chi diavolo sono i cosmonisti?”.
Complice il colossale truck interplanetario raffigurato nella copertina del volume edito da Iperborea (casa editrice specializzata nella letteratura di area scandinavo-neerlandese-baltica, e di cui abbiamo parlato qui), ce li immaginiamo subito come “camionisti dello spazio”, ma la lettura del libro rende il paragone piuttosto riduttivo; i Cosmonisti sono molto di più. A differenza dei primi, che prendono il nome dal loro mezzo di spostamento terrestre, i Cosmonisti sono gli individui nati per viaggiare nel cosmo. La loro identità non è nella nave su cui viaggiano, ma nel non-luogo in cui si recano per dare seguito a un'attrazione irresistibile. Perennemente in bilico fra vita e morte, fra lucidità e follia, i Cosmonisti giocano con il proprio destino al momento in cui arrivano al “Ponor” (Point of No Return) della loro nave, oltre il quale sono consapevolidi non avere abbastanza energia per fare ritorno sulla Terra. Una volta superato questo punto, c'è solo una speranza per i“Ponoristi”: imbattersi in una cometa, dissetarsi del suo ghiaccio e gettarsi a capofitto nell'esplorazione dello spazio esterno. Fino al Ponor successivo.
E' probabile che a questo punto stiate pensando che il Cosmonista-Ponorista è il classico reietto, un povero emarginato della Terra, che solo nella vuota immensità dello spazio ritrova se stesso, oppure un individuo che vuole dimenticare del tutto quel se stesso, rinnegare le proprie origini e vivere (o morire) in una condizione di libertà che la Terra non gli ha mai concesso.
Ma non è (solo) così.
Il Cosmonista parte avendo la Terra nel cuore, anzi nel Tascapane, il solo effetto personale permesso a bordo oltre agli strumenti per la navigazione e la sopravvivenza. Nel minuscolo volume del Tascapane il viaggiatore è autorizzato a condurre con sé il solo ricordo della Terra che gli sia consentito, così da poterne godere nei momenti di estrema solitudine; talora si tratta di semplici aromi che potrà assaporare una sola volta in tutto il viaggio (e in questo, beninteso, non ci si limita affatto alle essenze floreali - tentate di fissare bene a mente questa generosa avvertenza).
Il richiamo nostalgico alla Terra è presente sin dal capitolo introduttivo, in cui l'autore-viaggiatore si congeda dal Tornedal (luogo di ambientazione del suo precedente romanzo) con una sauna con cui consuma la sua ultima notte sul pianeta natio (la Scandinavia, verrebbe da dire, più che la Terra).
Ma, interrotte da parentesi utilizzate per interloquire direttamente con il lettore, e volte a distrarlo e disilluderlo, i viaggi spaziali dei Cosmonisti non sono le sole avventure che compongono questo fiume di creatività. Con un'ironia che ricorda (benché solo per brevi tratti) il britannico Jasper Fforde, Niemi ci fornisce una spiegazione scientifica ineccepibile per problemi quotidiani, come i Kurt, ossia le particelle che veicolano la legge di Murphy e rappresentano la spiegazione della sfortuna, o l'esistenza del Groviglio, un ammasso di conoscenza infinita che renderà già scritta da qualcuno qualunque cosa venga prodotta da un autore (un'applicazione decisamente affascinante della teoria degli universi infiniti), e dissacra alcuni luoghi narrativi cari alla fantascienza più blasonata, come con Rutvik, la realtà virtuale che consente a un gruppo di pazzi la scoperta dell'Eternità.
In un simile Universo, pieno di creature strambe, talora vomitevoli (seconda raccomandazione del recensore: gustare “La buca della Cotica” rigorosamente a stomaco vuoto), e nel quale i corpi stellari non hanno squisiti nomi arabi o altolocate sigle alfanumeriche di classificazione (basti pensare all'asteroide Segalzino), ci si perde con immenso piacere, si ride di cuore, e si contempla ammirati una fantasia di portata rara.
Il tutto sempre rammentando le sacre parole del Manifesto dei Cosmonisti:
“...1. Non esiste alcun manifesto dei Cosmonisti.
2. Non ci senti, testa di rapa? Non esiste alcun manifesto dei Cosmonisti.
3.Ma quante volte te lo devo ripetere? Non esiste alcun manifesto dei Cosmonisti.”

E poi, più in dettaglio, le auree regole non scritte vigenti a bordo dopo il lancio:

-Noi non abbiamo uniformi.
-Del tu a tutti.
-Stipendio parificato.

-Siamo tutti proprietari dell'astronave.
-Sesso libero.
-Non mugugnare.


Invitante, non pensate anche voi?

Da non perdere.
"Il manifesto dei cosmonisti” ("Svålhålet", 2004, di Mikhail Niemi - trad. it. 2007 Iperborea ISBN 978-88-7091-153-4)

venerdì 30 ottobre 2009

Iperborea: forse non tutti sanno che...

I libri della nota casa editrice di Milano si riconoscono da lontano: sono alti, magri, rugosi e dai colori pastello. Proprio come gli abitanti dell'area scandinavo-baltica-neerlandese, nella cui letteratura Iperborea ha una specializzazione esclusiva e originale. Quello che forse sono pochi a sapere (lo confesso, ero fra loro) è che, poiché anche fra i nordici ci sono autori che si dedicano al fantastico, Iperborea ne possiede esempi interessanti, sebbene attraverso declinazioni per noi inconsuete ma non per questo meno attraenti.
Spulciando il catalogo ci si imbatte infatti in titoli decisamente accattivanti (cliccate sui titoli).
Il manifesto dei cosmonisti, Mikael Niemi
Rigenesi, Svend Åge Madsen
L'isola di Odino, Janne Teller
Il Messia con la gamba di legno, Peter Nilson
Storia con cane, Lars Gustafsson
Il decano, Lars Gustafsson
A presto, fra queste pagine, per i doverosi approfondimenti del caso.