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sabato 3 marzo 2012

Stasera Carlos Ruiz Zafon a "Che Tempo che Fa".


Il grande autore catalano questa sera sarà fra gli ospiti di Fabio Fazio su RAI 3. Ringraziamo Luana Ciffolilli, titolare della Libreria Mondadori di Vasto, per la segnalazione.

POST-SCRIPTUM, 5 marzo 2012: qui la trasmissione integrale sul sito RAI; quella con Zafon è la prima intervista di Fazio.

domenica 1 agosto 2010

Marina.

Sentire il desiderio di scrivere, dopo aver voltato l’ultima pagina di Marina, è un po’ come aver ancora voglia di far l’amore, dopo una notte con una donna che se ne è andata per la sua strada.
A questo punto, come in una recensione che si rispetti, bisognerebbe specificare che il romanzo, come scrive Carlos Ruiz Zafon nella prefazione, fu concepito come storia “per ragazzi” e quindi pubblicato la prima volta nel 1999, ben prima dei due capolavori più noti (L’Ombra del vento e Il gioco dell'angelo), e che solo ora è stato liberato dai vincoli che lo assoggettavano in toto a un precedente editore.
Non ci dilungheremo oltre su questi aspetti tutto sommato poco rilevanti, se non per un dettaglio, ovvero l’idea che si tratti di un “romanzo per ragazzi”. Una definizione che, ben lungi dall’essere il limite di questo libro, ne nasconde in realtà il punto di massima forza.
Marina è un romanzo fantastico, e in questo senso non può non collocarsi nella consueta atmosfera gotica che inumidisce il colletto del lettore usando tanto la nebbia di Barcellona quanto il sudore delle potenti emozioni vissute dai protagonisti, dal gelido terrore fino alla calda infatuazione per una donna dolce e misteriosa, attraversando con disinvoltura maestra tutti gli strati dell’umana sensibilità.
Ma in realtà, questo romanzo è prima di tutto una straziante, dolorosa, intensa, e travolgente storia d’amore.
Vissuta con immensa solitudine, e raccontata con la forza dell’io narrante che ritroveremo ne Il Gioco dell’Angelo. In effetti, si comprende subito che fra le pagine di Marina vari elementi del romanzo successivo hanno la loro più autentica origine.
Mi riferisco soprattutto alla caratterizzazione (perché di questo a tutti gli effetti si tratta) della “casa”.
La grande villa aristocratica barcellonese (abbandonata misteriosamente e quindi riattata dal protagonista ne Il Gioco, trascurata invece per la povertà dei proprietari caduti in disgrazia in Marina) è l’epicentro dell’intera vicenda; la scoperta del palazzo avvolto da un tenebroso giardino che nasconde oscuri segni di vita è l’incipit di un viaggio di esplorazione, che porterà a scoperte imprevedibili e spaventose. La casa che sopravvive alle generazioni, che invecchia ma non muore, che osserva il mondo mutare e con esso muta, che vive delle emozioni dei suoi abitanti e recita la parte inquieta e prepotente di un personaggio muto ma tutt’altro che silenzioso.
È infatti nella casa che Oscar, il protagonista “ragazzo”, si imbatte dapprima in German, un uomo dalle maniere antiche, perfetta espressione della decadenza della sua dimora, e dotato di un fascino che conquista il giovane; e poi, nella figlia di questi, Marina, che lo strappa all’improvviso dalla quotidianità per trascinarlo ad osservare la strana scena che si svolge nel vecchio cimitero di Sarrià, dove un’anziana signora si reca regolarmente. Da qui parte una complessa investigazione nel corso della quale, con tempi invidiabili dal miglior teatro, faranno la loro comparsa fantasmi del passato della città, pupazzi mostruosi, giornate di pioggia, e notti di sogni inquieti. Una storia presente, e un’altra passata che si sviluppa al suo interno, che vi terranno ben desti fino ai rispettivi e sovrapposti epiloghi.
Con la sua ormai ben nota e straordinaria capacità (di cui la massima espressione è L’Ombra del Vento) di tessere svariate trame parallele e trasversali, e di metter in bocca ai suoi protagonisti decine di versioni diverse dello stesso fatto, tutte egualmente plausibili, costringendo il lettore a ricominciare ogni volta daccapo nella ricostruzione degli eventi, e schiaffeggiandolo con colpi di scena a non finire, il livello di attenzione si mantiene costantemente sulla soglia fra sorpresa e brivido.
Le lettere si sciolgono, la carta scompare fra le dita, le parole si fondono in puro movimento, immagini di vita interiore.
Ma a colpirvi con la forza di un liquido bollente che risale dal basso ventre al cuore, fino a far esplodere un cervello ormai fuori uso, conducendovi a bagnare fazzoletti e singhiozzare come bimbi, sarà l’amore di un ragazzo per una ragazza, e tutto quel che ne conseguirà.
E questo è precisamente il tratto distintivo di Marina. Ciò che rende questo romanzo diverso dagli altri, e che a un tempo ne fa la madre delle donne di tutte le altre storie di Zafon.
L’immagine di donna di un ragazzo appena adolescente. Graffiante, morbida e fatale.
Un romanzo che obbliga ad essere ragazzi. Che aiuta a ritrovarsi, a ricostruire, ad essere. Perché dipinge il sogno vissuto di un Primo Amore che segna in modo indelebile un’identità maschile, al momento della “visione dell’essere umano diverso”. Un amore che fa il passaggio all’essere uomo, senza delusione, fino in profondità. Fino alla creazione di un ricordo che è ben più di una figura umana collocata nel passato, ed è fantasia pura, “capacità di immaginare”, libertà di essere in rapporto con la parte migliore del mondo. Nel presente e nel futuro.
Alla ricerca dell’Oscar Drai che è in ognuno di noi.


P.S.
Con grande piacere segnalo in quest'occasione un eccellente sito: http://zafon.splinder.com/ che trovo particolarmente in sintonia con le immagini dell’autore, e che ho incontrato causalmente durante la ricerca di quest'oggi. Mi ci sono perso…

sabato 11 aprile 2009

Il ritorno di Don Carlos Ruiz Zafòn.

Daniel Martin è uno scrittore. Daniel Martin è un giovane cresciuto in fretta, figlio di un padre disgraziato capace solo di far male a sé e a suo figlio, e di uccidere, da buon soldato. Daniel Martin, quando scrive, trasforma la profonda solitudine che perseguita la sua esistenza in un’arte giocosa e spensierata. E così, Daniel Martin si imbatte nell’invidia dei suoi colleghi presso il giornale dove lavora, e rimane ancora più solo, ma alza la testa, forte dell’affetto di pochi amici fra cui Pedro Vidal, suo mentore e amico fraterno, e il signor Sempere, il vecchio libraio. Questa lunga storia inizia così.
Ne “Il gioco dell’angelo” (vincitore del XI Premio Qué Leer de los Lectores, miglior libro spagnolo del 2008), sullo sfondo di una Barcellona che oscilla fra il gotico e il liberty, la città onirica di Gaudì e delle creature abitanti il Parc Guell, con i suoi tram, le sue avenidas e le sue stazioni, fra il colore della pittura a olio e il bianco e nero della fotografia del primo novecento, fra l’acqua di un temporale sempre incombente e quella di un mare bagnato dal sole, caricandosi di colori e sfumature che riflettono con seducente sensibilità ogni piega dell’umore e del destino del protagonista, il commovente ritorno di Carlos Ruiz Zafon (nella foto) sublima il livello del precedente “L’ombra del vento”, portando i temi della sua narrativa fino ad un parossismo schiacciante.
Non si perde una riga di questo romanzo. Ogni incipit di capitolo è un quadro, una stampa, una foto d’epoca di Barcellona. Ogni alito di vento esce dalla carta e vi sfiora il viso, ogni goccia di pioggia raffredda la pelle e ogni raggio di sole scalda lo stomaco. Le parole scivolano via sulla retina come lacrime su una parete inclinata, lasciando immagini nitide, intense, che non chiedono spiegazione. I personaggi entrano ed escono, che sia nello spazio di un paio di pagine o di capitoli, con la stessa forza, con la stessa graffiante e indelebile incisività.
Daniel Martin ama Cristina, una donna incapace di lasciarsi andare, e a lei, in un modo mai confessato, consacra la propria esistenza, tormentato da una fotografia che la ritrae bambina tenuta per mano da un misterioso uomo sulla spiaggia; ma ama anche una giovanissima, tenace Isabella, donna straripante d’identità, scrittrice anch’ella, fonte del suo continuo ritrovarsi, così come l’altra lo è del suo perdersi. E benché così diversi, questi amori vi travolgeranno per intensità, affetto, segreta attrazione o dichiarata passione.
Un giorno, Daniel Martin compra da un angelo la guarigione dal male che lo affligge, o forse inizia a combattere con un demone che in lui vive. E' un editore, un uomo misterioso, ambiguo, che si rivela via via, e contro il quale inizia una partita senza vincitori, né perdenti. Non cercate una spiegazione razionale fra i capitoli di questo romanzo, perché non la troverete (oh sì, questo sì che è il genere fantastico che amo, ma che tale non viene considerato, proprio come non viene classificato come fantastico nemmeno questo romanzo), e non arrendetevi all’apparente predominanza di una cattiva sorte che affligge lo scrittore maledetto, perché è precisamente laggiù che il perfido autore vuole portarvi, costringendovi a inseguirlo in quel dedalo che è la vita interiore del protagonista, nel tentativo continuo di ritrovare quell’energia positiva che si annusa, si percepisce, si sente, si tocca. Si perde, e si ritrova. E si perde, e si ritrova.
Daniel Martin è un uomo che combatte per la ricerca della sua identità, con gli spaventosi difetti che lo renderanno responsabile di scelte vili alle quali non riesce a sottrarsi, ma con un’incrollabile fiducia nella propria solitudine, da cui scaturiscono atti di coraggio e di altruismo. Scrittore, artista, innamorato, deluso, solitario, bisognoso, passionale, testardo, vigliacco, ridicolo, orgoglioso, leale e generoso.
Semplicemente uomo. Daniel Martin.
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Sito ufficiale dell'autore: http://www.carlosruizzafon.com/