Visualizzazione post con etichetta Romanzi sui viaggi nel tempo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Romanzi sui viaggi nel tempo. Mostra tutti i post

martedì 18 giugno 2013

L'ultimo volo di Guynemer.

Chi Vi scrive ha sempre subito la fascinazione delle storie basate sul viaggio nel tempo. Quando ho iniziato a leggere il romanzo di Enrico Di Stefano, vincitore quest’anno del Premio Vegetti per il miglior romanzo di fantascienza, scoprire che la trama ruota (anche) intorno a questo tema è stata una piacevole sorpresa. Ma “L’ultimo volo di Guynemer” (Edizioni della Vigna, qui) non si può certo ridurre a questo. 
Il romanzo, scritto con la sobrietà e la scorrevolezza che sono qualità indispensabili del libro che non ti permette distrazioni troppo lunghe dalla lettura, è uno di quei rari esempi in cui l’ibridazione fra elementi storici e fantastici è riuscita in modo avvincente.
Siamo, almeno all'inizio, nel 1881. In un misterioso “non-luogo”, che ha inizialmente le sembianze di un’isola che echeggia (e forse è) la leggendaria "Isola di Buss", si ritrovano la corazzata Caio Duilio (la prima in assoluto della lunga serie di navi italiane con questo nome), universalmente nota ai tempi come la “nave da guerra più potente del mondo”, l’aviatore francese Georges Guynemer (personaggio storico scomparso proprio nel periodo in cui il romanzo è ambientato) e un vascello leggero, il Gropius, proveniente da un futuro remoto in cui la Terra è regredita ad uno stadio a bassa tecnologia in conseguenza di una catastrofe ambientale su scala planetaria. Ai fini della storia lo scopo della Duilio, nave al cui fascino l’autore non è indifferente e che svolge un ruolo quasi di co-protagonista femminile assieme all’asso transalpino, è una missione internazionale di soccorso di un piroscafo in arrivo negli USA, il Great Britannia, dichiarato disperso nell’Atlantico Settentrionale. L’autore, per inciso, mostra di padroneggiare a dovere la conoscenza della marineria e dell’aviazione a cavallo fra il XIX e XX secolo.
La sapiente miscelazione della compunta atmosfera vittoriana con l’amarezza del grande asso solitario che proviene dal futuro in guerra a bordo del suo SPAD, il Vieux Charles, e la freschezza di un giovane equipaggio proveniente dal Norrland (la futura Scandinavia) si traduce in un’ambientazione riuscita in maniera originale, che oscilla di continuo fra un’accurata ricostruzione (fanta)storica, lo steampunk, il romanzo storico romantico e l’ucronia. C'è insomma, come l'autore confessa in sede di post-fazione, il buon aroma di Giulio Verne, fra queste pagine.
Ma il punto di forza di questa storia, come di tutte le buone storie, sono i personaggi che, nonostante la necessaria molteplicità, sono abbastanza ben caratterizzati da restare facilmente individuabili per tutta la narrazione. Cito a titolo di esempio il fiero comandante Bandieramonte, il cinico statunitense, Douglas, l’eccentrico scienziato Carpentier, ma soprattutto i tre giovani e vitali giornalisti (che nella miglior tradizione letteraria diventano poi quattro) che sono invaghiti della stessa donna, la quale (non a caso il suo nome è Elena e in questo caso le citazioni letterarie arrivano a livelli omerici) è l'indiretta e involontaria causa della spedizione di soccorso che avvia la narrazione. Si tratta di personaggi che ruotano intorno al protagonista, il romantico aviatore la cui sparizione è tuttora un mito per i francesi, con una grazia e un'umanità che vanno spesso al di là del ruolo di semplici comprimari.

Chiudiamo questa recensione più che mai positiva menzionando il non troppo velato nazionalismo che anima il racconto: nella nave Duilio, frutto dell’arte navale di un Regno d’Italia appena plasmato dal Risorgimento, fusione perfetta di forza e bellezza, di agilità e potenza, non è difficile leggere il rimpianto per un amor proprio nazionale di cui oggi si sente, purtroppo a ragion veduta, una gran mancanza.
Un Premio Vegetti meritatissimo.

sabato 9 gennaio 2010

Il Grande Tempo.

“Non avete mai avuto dubbi sulla vostra memoria, poiché vi pare che non vi dia, da un giorno all’altro, uno stesso e identico ritratto del passato? Non avete mai temuto che la vostra personalità stesse cambiando per opera di forze che sfuggono alla vostra conoscenza e al vostro controllo? Non avete mai avuto l’impressione che una morte improvvisa, inspiegabile, fosse in agguato? E non avete mai avuto paura dei Fantasmi… non mi riferisco a quelli descritti nei libri di favole, ma ai miliardi di esseri umani che un tempo erano così reali, così forti, che stentate a credere che si limitino a dormire per sempre, innocui? E non vi siete mai chiesti la natura di quegli esseri che potreste chiamare diavoli o Démoni: spiriti capaci di muoversi su tutta la distesa del tempo e dello spazio, di penetrare nel cuore incandescente delle stelle e nel gelido scheletro di spazio che separa tra loro le galassie?
Non avete mai pensato che l’intero universo non sia altro che un sogno folle e confusionario?
Ebbene, se lo avete fatto, avete avuto sentore dell’esistenza della Guerra del Cambio.”
Greta Forzane, intrattenitrice.

Prendete una ventinovenne di Chicago, un soldato dell’antica Roma, un ufficiale nazista proveniente da un Reich padrone del mondo, una cinquantenne del futuro ringiovanita con tecniche estetiche, una crocerossina della prima guerra mondiale morta due volte, un pianista del Mississippi di un’America senza guerra di secessione, un medico russo sempre ubriaco, un tenente inglese che è anche poeta, una matriarca dell’antica Creta, un lunare pluritentacolare di un miliardo di anni fa e infine un satiro venusiano di un miliardo di anni fra, e rinchiudeteli in una stanza al di fuori del flusso del tempo.
Una miscela così ardita decadrà in una psicosi delirante oppure, senza vie di mezzo, schiuderà la genesi di un capolavoro. Questo bivio da cui originano opposte direzioni è anche ciò che si pone al giudizio del lettore: un romanzo simile si ama o si odia. Chi scrive è entrato nel primo gruppo sin dalle pagine iniziali de “Il grande tempo” di Fritz Leiber (1910-1992), figlio di attori shakespeariani e appassionato cultore di teatro.
Realizzata infatti con stile chiaramente teatrale nella forma e nell’ambientazione, l’intera storia si svolge all’interno di una grande stanza (Il Locale) che serve per puro intrattenimento dei Soldati che combattono la guerra al servizio dei Ragni contro gli Scorpioni. Il Locale si trova al di fuori dal flusso del tempo, e il suo unico collegamento con esso è la Porta, che può apparire in posizioni diverse. Grazie allo strumento che ne governa il funzionamento (il Mantenitore) in caso di emergenza il Locale può introvertirsi, ovvero sopprimere ogni collegamento con il Tempo. Un atto equivalente a una fuga disperata o una diserzione.
Sia gli Intrattenitori che i Soldati sono defunti ai quali è stato proposto il reclutamento da parte dei Ragni. Dèmoni, a loro modo più fortunati degli Zombie (i vissuti nel passato) e dei Nascituri (i vissuti nel futuro). La Guerra del Cambio è combattuta da ciascuna delle due fazioni con lo scopo di volgere il flusso della storia a proprio favore. In conseguenza dell’affastellarsi dei mutamenti così indotti, il Vento del Cambio spira senza sosta, e finisce per influenzare l’esistenza pregressa e futura dei protagonisti, che possono così aver vissuto più di una vita, ed essere periti più di una volta e in diverse circostanze.
La tensione sale già nelle prime pagine: tre Soldati fanno il loro ingresso portandosi una valigetta contenente una bomba nucleare, e poco dopo il Locale viene misteriosamente introvertito. La bomba viene attivata dal nazista indispettito e pronto a tutto, Erich, per esortare il misterioso artefice di quella che considera una diserzione collettiva a ripristinare il collegamento con il tempo. Hanno così inizio i trenta minuti mancanti all’esplosione.
Ritmo serrato, stile e trama tanto semplici quanto trascinanti. Rapide e brevi pennellate abbozzano appena un mondo immaginario, il Grande Tempo, che il lettore coglie però nella sua interezza, come se venisse descritto in ogni dettaglio. I personaggi si amalgamano come tasselli di un mosaico, e si producono in dialoghi brillanti e quanto mai adatti ad un palcoscenico. La loro diversità diventa cemento per la narrazione e pretesto per efficaci spunti umoristici, come nel dialogo fra l’inglese shakespeariano di Sid e la parlata volgare dell’alieno di Venere, Sevensee, che “ha imparato la lingua da uno scaricatore di porto” e prorompe in battute che spezzano la tensione con la puntualità della miglior commedia. L’io narrante femminile, Greta, sempre pronta a usare la sua angoscia per sedurre, e a suo modo innamorata di Erich (sì, il nazista), addolcisce le asperità dei protagonisti, che loro malgrado giocano con la morte e con il destino proprio e di tutto il genere umano. Le esigenze di individui che sono stati e desiderano ancora essere umani irrompono in monologhi che costringono di continuo a cambiare il punto di vista sulla situazione, e la presenza di alieni dalle forme spaventose non disturba, anzi consolida la scena e la vivacizza.
Una vera commedia drammatica di genere fantascientifico, in senso stretto, in cui gli eccessi di romanticismo sono temperati da uno humor nero, sottile e ininterrotto.
Si può condurre una scena simile, in atto unico, per centinaia di pagine e senza annoiare, anzi, accelerando fino all’ultima riga? Questo romanzo, sebbene al prezzo di un finale che appare in effetti amputato, sembra esserne le prova.
Ma in realtà la questione non finisce qui.
Il libro (Editrice Nord 1975 - Cosmo serie Oro, altro fortunato acquisto presso il Salone del Libro Usato di Milano ) contiene anche un racconto, intitolato “Non è affatto un miracolo”, un vero omaggio al teatro e a chi vi ha dedicato la propria vita. Non mancate di leggerlo. Vi ritroverete piacevolmente confusi: all’inizio supporrete che l’autore abbia voluto svelare la vera fonte d'ispirazione dei personaggi della storia precedente, confessando e descrivendo la vita quotidiana e il mestiere dei bravi teatranti che l’hanno incarnata, talora invece sospetterete che il Grande Tempo stia continuando a scorrere fra quelle pagine, e che proprio come i Dèmoni suoi protagonisti, il romanzo possa vivere oltre la propria fine.
Ma non sarò certo io a rivelarVi quale sia la verità. Ammesso che la troviate.

lunedì 4 gennaio 2010

Rotta di collisione, di B. J. Bayley. La fine del tempo sulla terra?

“Rotta di collisione”, del recentemente scomparso Barrington J. Bayley (1937-2008), è uno dei vecchi romanzi della serie Cosmo (1978, v.o. 1973) che mi strizzavano l’occhio dalle bancarelle in fiera durante il Salone del Libro Usato di Milano dello scorso dicembre.
Ancora una volta, a farla da padrone in questa storia è il Tempo.
In un futuro remoto, o forse alternativo, La Terra è dominata da una casta assimilabile ai nazisti, i Titani, propugnatori del culto ideologico del “Vero Uomo”, e artefici di una discriminazione razziale senza precedenti, che obbliga a reputare e classificare come sub-umani o non-umani tutti coloro che risultano non conformi ai canoni della razza. Che sia per motivi di mutazione genetica o di semplice appartenenza ad altre etnie, questi individui sono chiamati “Dev” (Devianti), e la loro unica speranza è rappresentata dalla Lega Panumana, una società clandestina di sovversivi che credono nell’uguaglianza fra tutti gli uomini.
In un simile clima, oggetto di controversia culturale e storica diviene pertanto il ritrovamento di siti archeologici di origine indubbiamente aliena, e risalenti a periodi storici che sarebbero stati caratterizzati dall’occupazione da parte di misteriosi extra-terrestri. Ad essi i Titani imputano la responsabilità di guerre e massacri avvenuti nel passato, e da cui sarebbero scaturite le razze Dev. Su possibili nuove invasioni aliene, oltre che sul culto del Vero Uomo a discapito delle razze sub-umane, si basa quindi una enfatica propaganda dei Titani, che esaltano il mito della “Terra e del Sangue”, e dell’appartenenza di diritto della Terra ai soli “ Veri Uomini”.
Il dibattito storico raggiunge il suo apice in conseguenza della clamorosa scoperta che le fotografie dei siti archeologici del passato mostrano gli stessi resti e i manufatti alieni in condizioni peggiori che nel tempo presente. A ciò si aggiunge la scoperta che gli alieni sono in grado di viaggiare nel tempo. Come conseguenza di ciò, i timori dei Titani aumentano. Attraverso una spedizione diretta trecento anni nel passato a bordo di un “trasporto temporale” costruito sul modello di un simile mezzo sottratto agli alieni stessi, il protagonista, l’archeologo Rond Heshke, ottiene la conferma che in effetti i manufatti alieni mostrano un’evoluzione temporale invertita rispetto a quella umana: con lo scorrere del tempo, essi diventano più “nuovi”, ringiovaniscono.
Emerge così l’amara verità: gli alieni sono in realtà dei terrestri che vivono nel futuro, e il cui tempo scorre in senso inverso a quello degli esseri umani. Ciò che per i Titani è il futuro, per gli alieni è il passato, e viceversa. Le due onde temporali procedono l’una contro l’altra seguendo una sicura rotta di collisione a quattrocento anni di distanza reciproca, e lo scontro catastrofico finale è dunque previsto entro duecento anni. La conseguenza: l’annichilazione del Tempo e la fine della vita sul pianeta. Si profila così una guerra fra i Titani e gli alieni (che altro non sono in realtà che terrestri non umani), condotta lungo la linea temporale comune alle due civiltà. Le sole speranze di salvezza risiedono in una misteriosa città stellare abitata da una razza Dev straordinariamente evoluta (che con profetica intuizione corrisponde ai cinesi).
In una breve post-fazione, l’autore precisa di essersi ispirato alle teorie sul tempo di John William Dunne (pioniere dell’aviazione e filosofo, 1875-1949). La interessante peculiarità della descrizione del Tempo fornita in questa storia è rappresentata dalla sua relatività estrema, ovvero, potremmo dire, spaziale. In sostanza, l’intero universo giace in una condizione di staticità, ovvero di non-tempo. In una simile matrice, la nascita di specifiche zone caratterizzate dallo svolgersi di un flusso temporale avviene eccezionalmente e localmente, ed è sempre associata alla presenza di vita senziente. Sulla terra in particolare si è verificata, in maniera del tutto casuale, una circostanza ancor più singolare: la nascita di due flussi di tempo che scorrono in direzione eguale e contraria, ovvero accomunati da una stessa linea di sviluppo, ma aventi senso vettoriale opposto. Nella storia narrata, in effetti, le due civiltà presenti sulla Terra corrispondono ciascuna ad un’ ”onda temporale”, con un fronte del presente che si sposta lungo una sola retta. Il passato ed il futuro relativi di ciascuna “onda” sono statici, ovvero privi di vita, nel senso che il passato perde la coscienza del tempo dopo il passaggio dell’onda (quando cioè in ogni istante il presente diventa passato) e il futuro la acquista al suo arrivo (quando cioè ogni istante futuro diventa presente). Vi sono quindi due linee del Presente (quella umana e quella aliena) che si spostano l’una verso l’altra, e che perciò tendono ad annichilirsi reciprocamente ripristinando anche sulla Terra la generale staticità (non-vita) dell’intero universo.
E’ certamente stimolante l’idea dell’associazione tempo-vita. Solo in presenza di vita intelligente infatti, si può parlare di percezione e coscienza del tempo. In un passaggio del romanzo viene però precisato che non è la presenza di vita a causare il tempo, come sarebbe intuitivo supporre, ma l’esatto opposto: l’onda vitale di coscienza nasce in conseguenza dell’onda temporale (per questa ragione tanto la strategia dei Titani di bombardare il futuro con l’atomica, quanto quella degli alieni di disseminare malattie nel passato umano, si preannunciano fallimentari – lo scontro letale fra le due onde avverrà comunque). Ed è così che alla suggestiva ipotesi del tempo come creazione dell’intelligenza si sostituisce un vago senso di predeterminazione: non è l’essere umano (o comunque intelligente) a “inventare” il tempo, ma il tempo fa scaturire la vita dotata di intelligenza.
Un’intelligenza definita comunque prevalentemente come “coscienza”, con riferimenti solo vaghi e accennati all'influenza dell’inconscio sulla sensazione dello scorrere del tempo: benché il viaggio nel passato statico (nel quale è impossibile modificare gli eventi già accaduti, o persino interagire con i suoi “abitanti”, che ripercorrono come una traccia già svolta gli eventi accaduti) o nel futuro ancora desertico (che attende il passaggio dell’onda temporale che vi porterà abitanti vivi e coscienti) abbiano un sapore, a tratti esplicitamente descritto, di fenomeno metafisico, ibrido fra lo spostamento materiale e il percorso inconscio, su tutto ciò prevale un automatismo che lascia poco spazio alla creatività e al cambiamento. Il che non stupisce, se si osserva che le speculazioni di J. W. Dunne sul tempo nacquero da una presunta esperienza personale di premonizione in sogno di un evento che poi accadde realmente (l'eruzione del monte Pelée, nella Martinica, nel 1902); secondo Dunne (ma a questo livello di dettaglio Bayley nel romanzo in questione non arriva) la vita cosciente è limitata dunque alla percezione del presente (l’onda temporale), mentre a livello inconscio sarebbe possibile visualizzare passato, presente e futuro come un unicum (ricordate il protagonista di Vagabondo delle Stelle di Jack London?). Prospettiva interessante, se non fosse per il fatto che riduce la portata del sogno (o meglio dell’inconscio che essi rappresentano) ad una specie di super-coscienza, una sorta di percezione ultra-potenziata, privata cioè dei limiti della coscienza vigile, ma anche del tutto priva di creatività; prospettiva, inoltre, che relega alla sola coscienza la capacità di modificare il presente.
Lo stile (stando almeno alla traduzione di G. Cossato e S. Sandrelli) è quello piuttosto datato che ricorda a tratti un Heinlein d’annata, e contribuisce a rendere efficacemente le atmosfere della FS degli anni settanta, con caratterizzazioni ambientali che fanno talora sorridere ma inducono una romantica nostalgia.
Nostalgia… di un tempo che forse abbiamo visto in sogno?

lunedì 21 settembre 2009

Il tempo è il solo nemico.

Impossibile non rimanere colpiti da questo romanzo, che rappresenta con tutta probabilità l’apice qualitativo della produzione letteraria di Michael Bishop, autore statunitense, classe 1945. Il Tempo è il solo nemico fu pubblicato nel 1982 e nello stesso anno ottenne il Premio Nebula per il miglior romanzo.
Sin dai primi mesi di vita, John Monegal sogna, cadendo in uno stato simile alla trance. I suoi sogni sono vividi, realistici, pieni di dettagli che rimandano a una realtà che egli non ha mai conosciuto, e che si colloca milioni di anni addietro nella storia dell’umanità. Da dove provengono queste immagini? Immediatamente il pensiero va a Il vagabondo delle Stelle, capolavoro di Jack London, e dunque al dubbio che i ricordi di John possano provenire da vite già vissute. Ma la fantasia dell’autore va persino oltre: a differenza del protagonista del romanzo di London, che immobilizzato nella prigione di San Quintino viaggiava a ritroso con la mente grazie a una sciamanica capacità di retro-metempsicosi, John sogna una vita che è già trascorsa, ma che ancora non ha vissuto. Per farlo, dovrà imbattersi in un paleo-antropologo che lavora a un visionario progetto di viaggio nel tempo attraverso una macchina in grado di sintonizzarsi sulla mente del protagonista fino a portarlo indietro nel pleistocene, permettendogli di vivere ciò che determinava i suoi sogni, nella forma di una impronta indelebile del passato rimasta intrappolata nel rumore di fondo del flusso temporale. A questo punto, John cambia vita e nome; da questo momento si chiamerà Joshua Kemp.
Il paradosso tipico del viaggio nel tempo raggiunge in Bishop il parossismo, non foss’altro che per il gigantesco ordine di grandezza del balzo dal presente alla preistoria. Una volta accettato questo mirabolante patto narrativo, l’autore ci proietta in un mondo autentico, credibile, pieno di un’umanità primordiale, usando una prosa lieve, seducente e ricercata, che ha trovato degna rappresentazione nella brillante traduzione italiana di Roberta Rambelli. Non si può non rimanere toccati dalla descrizione del rapporto del protagonista con gli ominidi “abilini”, che dapprima diffidenti, lo accolgono infine nel loro gruppo. Ed è certamente questo il più alto registro narrativo di questa storia. Rompendo schemi tradizionali e fin troppo abusati, Michael Bishop descrive l’uomo preistorico non come semplice stadio evolutivo ulteriore rispetto allo scimpanzé, conseguenza casuale di mutazioni di ordine quantitativo che hanno determinato il passaggio dalla scimmia all’uomo, ma piuttosto come frutto di una netta discontinuità qualitativa nella linea dell’evoluzione, testimoniata dalla comparsa di emozioni complesse, non necessariamente o non esclusivamente legate all’utile e alla sopravvivenza.
Joshua Kemp, rapito dal mondo in cui è stato gettato, prolunga la missione oltre la misura concordata e decide infine di rimanervi. Ma non vi sveleremo cosa in realtà accade nel finale a sorpresa. La narrazione procede dolce, al ritmo dei grandi e lenti scenari della savana africana vissuti attraverso gli occhi di Joshua Kemp, e alternati ai flashback degli episodi della difficile vita del giovane John Monegal dapprima in Spagna, suo paese nativo, e poi negli USA e infine in Africa.
A tratti la prosa descrittiva della vita della tribù abilina ricorda la cura e la precisione di Ursula Kroeber Le Guin, nel tentativo continuo di comprendere le motivazioni delle dinamiche che muovono i personaggi appartenenti ad un gruppo diverso da quello dell’uomo in senso stretto. Un esoticismo di genere fantastico, rivolto però verso gli ominidi anziché verso gli alieni. Della sua predilezione per i temi cari all’antropologia l’autore aveva già dato prova nel tratteggio dei misteriosi meccanismi sociali di varie razze aliene in “Occhi di fuoco”, e nell’accanita investigazione condotta dai protagonisti de “Il segreto degli Asadi” sulla feroce ritualità antropofaga di una specie aliena ominide vittima di un inarrestabile processo involutivo. Ma entrambi questi romanzi non sfiorano la vetta raggiunta da “Il tempo è il solo nemico”.
Il sito di Michael Bishop è qui.
Chiudiamo con una nota triste ma obbligata.
Jamie Bishop, figlio di Michael, fu vittima del massacro del Virginia Polytechinc Institute il 16 aprile 2007, uno dei tanti massacri scolastici accaduti in USA. Di seguito riporto quindi il link al filmato in cui Michael descrive la sua opera di diffusione postuma dell'attività di suo figlio, che oltre al resto era un illustratore ed aveva prodotto alcune copertine dei libri paterni: http://www.usatoday.com/news/nation/2008-04-10-virginia-tech-video_N.htm.

lunedì 24 novembre 2008

Due romanzi sul tempo, a confronto.








Ho appena finito di leggere due libri che trattano un tema a me caro, e lo fanno in modo simile per certi aspetti e profondamente diverso per altri. Penso siano entrambi ottimi esempi che il genere consente analisi della realtà originali, e che la fantascienza possa spingersi ben al di là dei limiti della mera finzione ludica.
Si tratta di “Replay: una vita senza fine”, di Ken Grimwood (USA) e “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger (USA).
In entrambi i casi la storia ruota intorno ad un protagonista vittima di un inspiegabile fenomeno, descritto come una malattia in un caso (ne "La moglie...") e come una specie di talento, ma anche una sventura, nell’altro (in "Replay").
Henry, il protagonista de “La moglie…”, è un uomo affetto da una patologia genetica che, una volta caratterizzata, verrà definita come sindrome da disorientamento cronologico; la malattia, che verrà ereditata da sua figlia, Alba, lo fa sparire all’improvviso nei momenti di più intensa emozione, e ritrovarsi nudo e indifeso nel proprio passato o più raramente nel futuro, fino a interagire con un se stesso più giovane o più anziano, al quale spesso è costretto a chiedere aiuto. La storia è descritta in parte dal punto di vista di Henry e in parte da quello di sua moglie Clare, che rappresenta chiaramente il pensiero narrante indagatore, inquieto e femminile dell’autrice. Jeff invece, il protagonista di Replay, è un uomo maturo cui capita un infarto cardiaco nel 1988 e che, in conseguenza di questo, anziché morire si ritrova a vivere daccapo la sua vita nel 1963, fino a trovarsi di nuovo a subire l’infarto nel 1988, e così via in una sequenza che si ripeterà più volte. La natura o la ragione di questa sorta di metempsicosi non vengono spiegate in modo specifico dall’autore (che, tremate pure, è morto d’infarto nel 2003), ma piuttosto essa è trattata come una cosa ovvia e del tutto normale, che però solo pochi eletti hanno il dono di poter vivere in modo cosciente, non dimenticando le precedenti vite. Durante uno di questi replay Jeff si innamora di una donna, Pamela, che scopre avere il suo stesso dono. I replay dei due sono sfasati di un certo periodo di tempo (che è variabile) e la loro durata si accorcia progressivamente; pertanto i protagonisti ricorrono a vari espedienti per avere certezza di ritrovarsi al replay successivo delle rispettive vite e poter stare nuovamente insieme. La loro unica certezza è la data delle rispettive morti e del conseguente riavvio del replay.
Tutt’e due le storie ruotano intorno ad una relazione d'amore appassionata e travolgente. Sia in Henry e Clare che in Jeff e Pamela la ricerca di un’esistenza più stabile è finalizzata prevalentemente a godere appieno dell’amore dell’altro; e in tutte e due le vicende il fenomeno inspiegabile (che sia viaggio nel tempo o replay dell’esistenza) è dunque reso ancor più odioso nella misura in cui ostacola l’appagamento del desiderio.
In entrambi i romanzi il protagonista maschile è fortemente connotato come vittima di eventi che lo travolgono. Fenomeni che la fantascienza tradizionale utilizzava come espedienti narrativi sempre vissuti in chiave positiva, ossia come super-potere o conoscenza riservata ad eletti-eroi, in queste due storie diventano un tormento esistenziale, che condiziona (per lo più negativamente) la vita dei personaggi e dei loro cari. In una condizione di drammatica solitudine dei protagonisti, il lettore non può fare a meno di identificarsi completamente con essi, assumendo su sé, molto più che in altre storie simili, il fardello della pena da loro vissuta.
In un crescendo di speranza di guarigione o di cambiamento, non appare mai la certezza di un lieto fine. In effetti, fino all’epilogo di entrambe le storie non si riesce in alcun modo a prevedere cosa ne sarà di questi individui travolti dall’incomprensibile.
Un altro interessante tratto comune fra le due vicende è il palese legame fra il verificarsi del fenomeno (salto temporale o replay) e il vissuto emotivo/psichico del protagonista. Le sparizioni improvvise di Henry si verificano nei momenti di maggior emozione della sua vita, come il matrimonio con Clare o la nascita di Alba, in occasione dei quali l’uomo spera, sempre inutilmente, di non essere strappato all’improvviso dal presente (il che ha permesso gag narrative di notevole riuscita, come quando Clare bacia sull’altare nuziale un Henry proveniente dal futuro); e così Jeff, la cui vita prende in ogni replay una piega diversa, a seconda della sua tendenza positiva e ottimista a costruire un’esistenza sempre migliore, o viceversa quando si abbandona a vivere tutto in modo passivo, inerme, sempre sul filo della depressione e dello sfascio. In questa relazione precisa fra le condizioni psichiche dei protagonisti e il manifestarsi o il modo di manifestarsi del fenomeno incomprensibile sembra di poter azzardare che i rispettivi autori abbiano voluto utilizzare il “fenomeno” stesso come espressione dell’attività continua, onnipresente e ineludibile dell’inconscio umano.
Potremmo definirla una fantasia di onnipotenza dell’inconscio, accettabile nella misura in cui siamo su un piano puramente rappresentativo, artistico.
Il “fenomeno” è infatti sempre collocato all’interno delle possibilità umane del protagonista, per quanto la piega degli eventi che ne derivano sembri spesso pessimistica e votata al fallimento (ma non dimentichiamo che la piccola Alba ha la capacità, alle volte, di scegliere la sua destinazione temporale, e dunque il lettore si lascia confortare dal pensiero che la bambina saprà un giorno volgere a proprio favore la malattia). Viaggiare nel tempo o rivivere un lungo segmento della propria vita sono date cioè non come capacità soprannaturali, divine, esoteriche o magiche, ma bensì profondamente naturali e umane, benché patologiche o eccezionali (nonostante, a onor del vero, un velo di religiosità trasudi da piccoli pori fra alcune pagine di Replay che si rifanno alla mistica indiana della reincarnazione). Non a caso, nella parte conclusiva de “La moglie” la narrazione dei viaggi nel tempo di Henry si sovrappone alla descrizione dei sogni di Clare, e ne deriva una godibile difficoltà a distinguere agevolmente fra l’immagine onirica e quella “reale”.
Ma ecco che, proprio parlando di potenzialità dell’inconscio e del modo in cui la fantasia degli autori l’ha rappresentata, emergono le differenze, profonde, fra le due storie.
Semplicisticamente, potremmo limitarci a dire che una storia finisce bene e l’altra invece per niente affatto (e nelle prossime righe capirete quale finisca come, pertanto vi consiglio di smettere questa lettura se avete intenzione di leggere i due romanzi). Ma cerchiamo di andare oltre.
Nonostante tenti, Henry non riesce in alcun modo a volgere gli eventi a proprio favore. L'incontro con un medico genetista che diventa suo amico e che riesce a individuare i geni responsabili della malattia (fino a spedire alcune cavie di laboratorio a zonzo nel tempo) non permette comunque ai due di sviluppare una soluzione efficace al problema. E così, dopo avere vissuto, fino all’età di 40 anni, una serie di viaggi nel tempo durante i quali Henry, pur fra mille difficoltà, rimane indenne, ecco che dopo la nascita di sua figlia lo vediamo incorrere in una serie di episodi sempre più agghiaccianti; tutte le sue paure, le sue angosce più terribili, come quella di finire nel reticolo privo di porte della tromba delle scale della biblioteca in cui lavora, diventano realtà, in un crescendo della tensione drammatica che imprime una violenta virata al romanzo. Il lettore più sensibile non potrà non percepirvi, al di là di una classica cattiva sorte che è strumentale alla narrazione, una sottile intenzionalità negativa inconscia, quasi una tensione irreversibile verso il fallimento. Viceversa, seppure su un piano narrativo forse un po’ più maschile e in questo senso più superficiale, il Jeff di Replay ritrova continuamente dentro di sé la forza di alzare la testa e, fra alti e bassi, migliorare la sua esistenza (va riconosciuto d’altra parte che il dramma esistenziale di Henry è oggettivamente peggiore di quello di Jeff, tanto da essere connotato come malattia vera e propria), in uno sforzo convincente verso la vittoria finale sugli eventi che sono scatenati dal fenomeno.
E così, la morte, annunciata presto (dall’inizio, nel caso dell’infarto in Replay) come epilogo di entrambe le storie, ha un peso diverso e un diverso manifestarsi, tanto che si rivelerà un bluff in un caso e una certezza insormontabile nell’altro.
Arriviamo quindi al cuore dell’impianto narrativo e, onestamente presumo, anche mentale e caratteriale dei due autori (almeno relativamente a queste due magnifiche opere). La sensazione che domina costantemente e dichiaratamente “La moglie…” è di una totale immutabilità del corso degli eventi. Un punto di vista paradossale (e di certo originale) per una storia che parla di viaggi nel tempo. I classici e i contemporanei autori di FS ci hanno viziato con immancabili paradossi spazio-temporali, circolarità, divieto di incontri impossibili con copie di sé di altri tempi, e ci hanno inculcato così profondamente che viaggiare nel tempo significa regolarmente alterare il flusso degli eventi, salvo l’adozione di mille precauzioni, che stavolta si rimane sconcertati dalla ferrea e semplice logica dominante in questa storia: tutto quel che è successo (ed anche quel che succederà) semplicemente non è modificabile. Tutto è già scritto; i viaggi di Henry nell’infanzia di Clare non consentono di apportare nel passato variazioni che si ripercuotano sul futuro, perché anche il tentare di farlo era previsto dal flusso unico e univoco degli eventi; né d’altro canto la conoscenza degli accadimenti futuri consente di agire sul presente in alcun modo.
In una parola, il destino dell’esistere è assolutamente e inderogabilmente inevitabile. Una visione rigidamente esistenzialista, da cui forse emerge una certa religiosità non dichiarata. Non dimentichiamo in proposito quanto sia importante la religione cattolica nelle scelte di Clare (che scarta a priori l’ipotesi di abortire nonostante i rischi che un feto che viaggia nel tempo può implicare per il suo corpo di madre). E molto cattolica risulta in effetti nel suo insieme l’incongruente visione che concilia il libero arbitrio dell’individuo da un lato con una totale predestinazione dall’altro.
Di tutt’altro tenore, in Replay, il trepidante incalzare degli eventi sempre mutevoli che caratterizzano la vita e gli incontri di Jeff e Pamela, che tentano sempre e comunque di sottrarsi all’inevitabile, in una battaglia vitale per una liberazione totale dalla coazione a ripetere. La donna e l’uomo studiano quel che accade, cercano di entrare in contatto con altri nella loro condizione tramite sibillini annunci sui giornali, e così facendo innescano, fra gli altri, un replay in cui la loro presunta capacità di prevedere il futuro viene sfruttata dalla CIA a vantaggio degli USA, con la conseguenza di generare un mondo contemporaneo geopoliticamente sconvolto. Ogni replay rappresenta una nuova possibilità, ma di fronte al tentativo di modificare l’evento apicale della vita di Jeff, ovvero l’infarto che lo riporterà indietro, sembra che non ci sia nulla da fare. Fin quando, dopo uno spasmodico ripetersi di replay sempre più brevi e precedenti il fatidico istante, l’uomo si abbandona al suo destino e… sopravvive all’infarto, senza che un nuovo replay abbia inizio. E così, avviene che se, ne “La moglie...”, la tensione drammatica si trasforma in una cupa tristezza che non può non muovere infine alle lacrime (preparate il fazzoletto…), in "Replay" invece essa si scioglie come fosse molto rumore per nulla, e lascia che il lettore possa tirare un sospiro di autentico sollievo.
E se da un lato è vero, infine, che il livello di scrittura di A. Niffenegger si colloca su toni più alti e immagini più sofisticate del registro più semplice e immediato (ma non per questo di minor valore artistico) di K. Grimwood, si rimane con una domanda aperta su quanto lo spirito positivo e ottimistico del secondo avrebbe giovato alla storia della prima.

Audrey Niffenegger, La Moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, ISBN 978-88-04-58359-2 Oscar Mondadori, € 9.00
Ken Grimwood, Replay: una vita senza fine, ISBN 978-88-347-1282-5 Fanucci Editore, € 15.00